Teatro: Dignità autonome di prostituzione
C’è un bordello dove si agitano “una” vistosa maitresse, con un fratello cerebroleso, una sorella frigida e una fidanzata oca giuliva. Ci sono una gran varietà di prostitute e prostituti (fra cui maitresse e famiglia), che si danno in pasto ai clienti senza posa, garantendo qualche minuto di piacere in cambio di un pagamento prestabilito e, chissà mai, di un’adeguata mancia. C’è “una” cantante che intrattiene i clienti attingendo a un repertorio generalmente caro alle comunità gay. E in mezzo a loro, uno strombazzante amministratore che, nel casino (è proprio il caso di dirlo) detta i tempi della rappresentazione. Vista così, l’ultima piece diretta dal regista laziale Luciano Melchionna (coadiuvato nella stesura da Elisabetta Cianchini) potrebbe sembrare una rivisitazione delle commedie degli equivoci alla Marivaux o dei drammi libertini del Settecento francese. Ma non è proprio così, e dietro al velo di Maia dell’illusione scenica si cela la forza di uno degli spettacoli più coinvolgenti della stagione italiana.
Infatti, il luogo della rappresentazione non è un teatro, ma un’associazione culturale romana, la Fonderia delle Arti, in via Assisi 31. Una location fatta di stanze, corridoi e bagni, dove avvengono le prestazioni delle prostitute con un coinvolgimento dello spettatore che è forzatamente ai massimi livelli, dato che i “clienti” vengono suddivisi in minuscoli gruppi di tre-quattro persone, che assistono in modo ravvicinato alla presentazione dell’attore, diventando spesso parte essi stessi della scenografia. Ognuno degli attori presenti incarna un personaggio, e la sua “prestazione” non è nient’altro che la recita di una pillola teatrale di durata minima (al massimo dieci minuti, ma spesso molto meno). Giocando sull’ambiguità del genere e sulla pruriginosità dell’offerta (oltreché sui bassi istinti del pubblico, che forse giunge pensando a ben altro), Melchionna, attraverso un gioco metateatrale mai fine a se stesso ma anzi lucidamente espressivo, mette in scena la nuda verità: se un attore è, fondamentalmente, colui che si offre in pasto a qualcuno per essere da questi giudicato, qual è la differenza fra lui e una prostituta? Questa sembra essere la domanda di partenza, grazie alla quale, infischiandosene di bon ton, regole e quisquilie blasonate, il regista di Latina ha creato lo spettacolo. La messinscena, nella sua doverosa frammentazione, ha un unicum di sottotesto del tutto geniale che, grazie al divertimento di chi vi partecipa, attori e spettatori, demistifica il teatro serioso attraverso il contatto diretto e testi spesso dissacratori (molti dei quali sono stati scritti dallo stesso Melchionna, con incursioni nel classico fra cui Shakespeare, Pirandello e Sofocle), ma contemporaneamente riafferma la sacralità della parola e del gesto e il loro ruolo educativo e formativo. Gli spettatori sono sul palco con l’attore, giocano e ridono e piangono con lui, soffrono le sue stesse pene e godono delle sue stesse gioie: una formula che va oltre le pretese intellettualistiche di certi teatrini off, per diventare il paradigma di una precarietà sociale fatta di attimi da rubare al quotidiano. E mentre intorno si sentono i rumori del bordello, capita di ascoltare in religioso silenzio le vicende di un’attrice internata per presunta pazzia, di una Penelope napoletana che tesse attendendo l’amato, di una saponificatrice che non crede di essere un’assassina, fino a un finale collettivo (anch’esso folle e trasgressivo) che prelude a un momento di festa in cui i ruoli, finalmente, si cancellano e si torna ad essere persone che hanno vissuto, ognuna, un’intensa emozione.
Al progetto partecipano ogni sera una ventina di attori, che ruotano con molti altri fino a formare una community di circa 60 persone; fra di loro spiccano per notorietà Giorgio Colangeli e Carolina Crescentini, ma tutti dimostrano una notevole perizia nell’entrare-uscire dal personaggio, un’interpretazione di prim’ordine e l’abilità di saper emozionare in un lasso di tempo limitato, a volte anche con monologhi abusati come quello dell’Amleto (in cui gli spettatori sono trattati come dei Rosenkrantz e Guildenstern ancor più improvvisati).
La capacità di coinvolgimento e il divertimento di essere se stessi, ovvero attori, senza ipocrisie né infingimenti sono tali che forse interpreti e autori non si rendono conto di non partecipare semplicemente a un piccolo “caso” teatrale (ogni sera il pubblico è numeroso, grazie a un tam tam sotterraneo che fa diventare lo spettacolo uno degli happening imperdibili di quest’inizio primavera a Roma), ma di essere gli artefici di un vero e proprio evento che ha una forza tale da poter essere esportato in altri luoghi d’Italia, come una sorta di circo non equestre in cui, dietro alle risa dei clown, vi sia la verità nuda e cruda di una realtà spesso difficilmente esprimibile. Sarebbe una necessità, in questa scena culturale italiana troppo spesso miseranda.
In attesa di vederle nella propria città, le prostitute romane sono in scena in via Assisi 31 fino a metà aprile. Hanno bisogno di sostegno, come tutte le operazioni coraggiose (chissà, magari grazie al pubblico potrebbero rimanere ancora un altro po’…): non fatevi mancare le loro performance, non ve ne pentirete.
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