Onora il padre e la madre
Posted by Marco Cavalleri | Posted in Cinema | Posted on 16-03-2008
Tag:american-dream, Festa-del-cinema, Finney, Friedkin, Hoffman, Lumet, roma, Shakespeare, Siegel, Tomei, tragedia
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Andy e Hank Hanson sono fratelli, ma non potrebbero sembrare più diversi tra loro: il primo volitivo, con uno stipendio a sei cifre e la bella moglie Gina, l’altro debole, separato e sempre in difficoltà economica. Ma, per l’ appunto, sembra. Dietro la facciata del self made man, infatti, anche Andy ha seri problemi dovuti a uno stile di vita che nonostante l’ ordine apparente cela la dipendenza dalla droga e un matrimonio in grave crisi. Una via d’uscita ci sarebbe: un colpo alla gioielleria dei genitori, di cui conoscono a menadito orari, posizione della cassaforte e allarmi. L’assicurazione paga e tutti ci guadagnano, come ripete il primo per convincere il secondo. Ma il giorno della rapina, in cui Hank ha coinvolto anche una conoscenza occasionale, tutto va terribilmente storto. E, tra rivelazioni progressive che investono e travolgono tutti i rapporti familiari, la tragedia sarà inevitabile.
Sidney Lumet è stato spesso considerato – con troppa fretta ed eccessiva sufficienza – un ottimo artigiano ma nulla di più. Dimenticando che aveva saputo darci titoli seminali come La parola ai giurati e Quel pomeriggio di un giorno da cani, solo per citarne un paio. A ottantaquattro anni si prende la sua rivincita e, seppur tardivamente, attinge lo stato di autore. Magari minore, di quelli per intenderci alla Don Siegel o alla William Friedkin, che hanno fatto della apparente “invisibilità ” (ovvero della mancanza di vezzi personali e del servizio totale al racconto in corso, qualunque tema trattasse ) la propria paradossale cifra stilistica, e dove la supposta minorità è tutta da dimostrare. Giunge a confermarlo Onora il padre e la madre (ma mantenere il titolo originale, Before the devil knows you’re dead, sarebbe stato più appropriato), tra le pellicole più applaudite all’ultima Festa del Cinema romana. Meritatamente, ché si tratta di un capo d’opera: ma, se la riuscita del prodotto è indubitabile, a sbalordire è soprattutto l’amarissima lucidità di un regista che, un tempo cantore problematico ma nonostante tutto ottimista dell’ “homo americanus” e del paese della seconda possibilità , prosegue in un’opera di demolizione pressoché totale dell’ American dream e dei suoi miti fondativi. Lo aveva fatto in chiave di commedia nel poco visto ma riuscitissimo Find me guilty: lo fa ora cambiando totalmente registro e attingendo le vette della tragedia. Greca, ha detto qualcuno, qualcun altro shakesperiana: ma stavolta siamo in presenza di un’autentica tragedia americana, dove il tragico nasce non dal confronto con gli dei o dall’inevitabile (per quanto sempre diversamente declinata) incapacità dell’uomo di controllare le proprie passioni, bensì dall’ossessiva e amorale rincorsa del Sogno e dei suoi simboli esteriori, famiglia e successo economico. Ma la prima è luogo di prevaricazione (il rapporto di dominanza tra Andy ed Hank), bugie (la relazione nascosta tra Hank e Gina), frustrazioni affettive (il colloquio tra il padre ad Andy al tavolo del barbecue, concluso dalla domanda a ben pensarci tremenda “Sei proprio sicuro che sia tuo figlio?” di quest’ultimo). E il secondo, tra truffe contabili, vizi inconfessabili e concrete ma non meno devastanti difficoltà quotidiane (la figlia che accusa Hank di essere un fallito perché non è in grado di pagarle una gita scolastica), è per sua natura irraggiungibile, in quanto sempre più in là rispetto all’obiettivo già raggiunto. La colpa, prima ancora che nei fatti che seguiranno, è già nel desiderio di “essere all’altezza” che per motivi diversi attanaglia i due fratelli: la punizione, inevitabile, è però tutta umana. Non esistono più dei o il Destino: semmai un destino con la minuscola, come minuscoli sono gli attori del dramma che si svolge sullo schermo. E un finale durissimo ma in qualche modo ancora aperto esprime chiaramente l’impossibilità della catarsi: la mediocrità di passioni e crimini comporta per se stessa la coazione a ripetere il male.
Diretto magistralmente, con una mdp la cui apparente sobrietà costringe letteralmente i personaggi in ambienti sempre più claustrofobici e senza via d’uscita , sceneggiato in modo impeccabile con un ricorso eccellente alla sfasatura dei piani temporali che rimarca la sfasatura valoriale dei personaggi, e interpretato da un cast ottimo in generale ed eccezionale in Philip Seymour Hoffman e Albert Finney(mentre la Tomei si conferma dotata di una carica erotica -vedi la sequenza di apertura – che fa giustizia di tante presunte e più conosciute sex symbol), Onora il padre e la madre è davvero da non perdere. Se Lumet dovesse chiudere qui, avrebbe chiuso alla grande: ma per una volta l’augurio di lunga vita e di tanti altri film è qualcosa di più di una formula di circostanza.


