Away from her
Posted by Davide Verazzani | Posted in Cinema | Posted on 19-02-2008
Tag:Alice-Munro, Alzheimer, Atom-Egoyan, Away-from-her, Canada, Julie-Christie, Lontano-da-lei, Sarah-Polley
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Fiona e Grant sono due anziani canadesi, sposati da quasi 50 anni. Il loro matrimonio, nonostante la fama di latin-lover del marito (ex professore ora in pensione, un tempo molto gettonato fra le allieve), è solido e forte. Gradualmente però Fiona comincia a perdere la memoria: il morbo dell´Alzheimer si impadronisce di lei, finchè è lei stessa che chiede di essere ricoverata in una casa di riposo di lusso, Meadowplace. Grant, dopo i primi 30 giorni di ambientamento nella casa in cui è proibito ricevere visite dai parenti, si ripresenta dalla moglie ma scopre che questa non solo non lo riconosce, ma ha stretto un´affettuosa, anche se platonica, liaison con Aubrey, altro ospite del luogo. Inizialmente sconcertato dall´accaduto, Grant se ne fa poi una ragione, arrivando a un atto di sconfinato amore quando la moglie di Aubrey deciderà di riportarselo a casa e Fiona, a causa di questo abbandono, peggiorerà istantaneamente fino a un pericoloso stato di prostrazione.
Adattare per lo schermo un racconto di Alice Munro, affermata scrittrice canadese e fra le migliori penne al mondo per quel che riguarda le short novel, non è facile; questo sia per l´altissima qualità della scrittura, che obbliga un confronto spesso impari, sia per le capacità analitiche della Munro, che in pochi tratti sa costruire un personaggio che possiede tutti i difetti e le incostanze della realtà . La delicata Sarah Polley, già interprete di alcuni film in cui il sentimento del dolore la fa da padrone (basti pensare a Il dolce domani di Egoyan o La vita segreta delle parole della Coixet), era forse la più adatta a cimentarsi, sia per contiguità nazionale (anch´essa è canadese, infatti), sia soprattutto per una sensibilità affine a quella stessa della Munro. Ne è derivato ciò che, in fin dei conti, era giusto che fosse: un compitino stringato e onesto, che non indulge né in un manierismo sovraccarico di buoni sentimenti, né in un piagnisteo continuo, lasciando invece parlare la vicenda e i protagonisti stessi. Fra i quali è da sottolineare l´intensa e struggente interpretazione di Julie Christie, attorno cui è stata scritta espressamente la sceneggiatura, che mostra il suo volto e il suo corpo di bellissima settantenne con coraggio e senza infingimenti, e che sa con pochi gesti passare dalla consapevolezza al suo contrario, con una naturalezza che sconvolge e che andrebbe giustamente premiata con un Oscar. Suo compare è Gordon Pinsent, apprezzato attore teatrale canadese, che dona al marito di Fiona l´attonito stupore di chi sta vivendo una vicenda cui è, necessariamente, impreparato. Film d´attori, dunque, più che di trama, Away from her è una riflessione toccante sull´amore; il pregio della Polley è quello di mettere in bocca ai personaggi pensieri di una semplicità e, dunque, di una verità sconvolgenti, senza banalizzare il sentimento e l´emozione ma al contempo portandola alle estreme conseguenze: pochi autori, per esempio, sanno dire, con una frase sola, quanto sia difficile amarsi ogni giorno per tanti anni, senza rendere il concetto volgare o inutile, e la Polley è una di questi. Al di là delle felici scelte di casting e della capacità di scrivere una sceneggiatura essenziale ma incisiva (qualità quest´ultima di cui la Polley è certamente debitrice del mentore Atom Egoyan, qui produttore esecutivo della pellicola), il film si dipana senza sussulti né scosse eccessive, verso una fine praticamente già nota in anticipo. La regia praticamente invisibile della Polley ci impedisce di aderire davvero alla drammaticità degli eventi, e l´ultima inquadratura, poetica e sofferta, non ci scuote granchè. La neve che copre i campi in cui si muove lo smarrito Grant sembra raffreddare le emozioni dello sguardo della regista canadese: il gelo riempie ogni inquadratura, ma è troppo distante da noi per poterlo sentire. E rimaniamo così, a sentir raccontare una bellissima fiaba da una splendida voce, con il disincanto di chi sa che è tutto solo un esercizio di stile. Ottimo, sì, ma esangue.


