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John Rambo

Posted by Heiko H. Caimi | Posted in Cinema | Posted on 18-02-2008

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john rambo John RamboJohn Rambo si nasconde in una sorta di ritorno monastico a Bangkok, dove raccoglie veleno di serpenti. In Thailandia viene ingaggiato da un gruppo di missionari cristiani perché faccia da scorta in una rischiosa missione umanitaria: portare aiuti alla popolazione birmana, che da molti anni è oppressa dal regime di Rangoon. Nel corso della missione alcuni uomini vengono catturati dall’esercito e Rambo dovrà  reclutare sul posto un drappello di mercenari per salvare le loro vite: un´impresa apparentemente suicida.

John Rambo come John Wayne, il John Wayne imbolsito e crepuscolare degli ultimi film, con aspirazioni mai sopite alla “Berretti Verdi”. Ma un John Wayne al passo con i tempi, con un misticismo new age sopra le righe e una voglia di salvare il mondo che passa attraverso l´ideologia colonizzatrice dei presidenti Bush. Una storia fuori tempo massimo, come già  lo era Rambo III, patetica e ben lontana dall´eroe ribelle che Stallone aveva impersonato nella prima pellicola della serie. Siamo sempre in una società  nella quale la figura nell´eroe non è prevista, ed è quindi emarginata, rifiutata, rimossa, ma le analogie con il primo Rambo si fermano qui: John Rambo, più che un esule, sembra un reduce dall´Isola dei Famosi, con la solita bandana e la solita canottiera di sempre. Le citazioni da altri film sono innumerevoli (si va da Apocalypse Now a Il Mucchio Selvaggio, dai Magnifici Sette a Gangster Story e a Frankenstein), e dimostrano la pochezza di una sceneggiatura che non sa mai uscire dallo stereotipo o dalla banalità , fornendo allo spettatore un deja-vu tanto nostalgico quanto prevedibile. Ma, nei tempi che attraversiamo, è questo ciò che si presume richiedano gli spettatori. Presunzione che non giova al film, poco più di un souvenir degli anni ottanta aggiornato alla spettacolarità  di oggi. Stallone è espressivo come Lou Ferrigno quando recitava Hulk, e ne imita le smorfie; non contento, si auto-dirige citando se stesso, quasi il suo personaggio fosse un maestro del pensiero occidentale (mentre lo spettatore Vorrebbe recuperare solo i soldi del biglietto). La filosofia profonda del suo personaggio passa attraverso perle di saggezza come “Vivere per niente, o morire per qualcosa”, “Hai la guerra nel sangue, e quando ti spingono, uccidere diventa facile come respirare” oppure “Non si può vivere tutta la vita sopra una sella, bisogna fermarsi da qualche parte” (che ci riporta ancora una volta a John Wayne). Il film, inoltre, sfrutta commercialmente la strage dei monaci birmani, aprendosi su una scena da cinegiornale che biecamente ricorda quell´episodio per dare giustificazione ad un film che era stato concepito precedentemente. Che il regime birmano sia ingiusto e sanguinario non lo può negare nessuno, ma dare un sottofondo politico ad un film insulso e reazionario come questo è, per lo meno, moralmente eccepibile. E, alla fine, il ritorno a casa tipico del paternalismo americano e la riappropriazione del proprio nome e della propria identità  ci riportano ancora alla mitologia western del più classico eroe d´oltreoceano, quello impersonato in diecine e diecine di pellicole dal già  citato John Wayne. Del quale, però, Stallone non ha né la statura attoriale né la dignità .

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Caro(ma non troppo)Heiko H.Caimi,sei nuovo del mestiere e si vede da come scrivi:solo insulti e niente contenuti.Sei parente di Rostagno?

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Io il commento l’avevo messo ma l’hanno cancellato,tantovale non metterne proprio ,tanto l’articolo si commenta da solo

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Cara Rita, come vedi i commenti non li cancelliamo. Se non li mettiamo in tempo reale, è solo per nostra distrazione. Lascio a Heiko la risposta, eventuale, alla tua presa di posizione. Dal mio punto di vista, permettimi solo di dire che, cinematograficamente, lo Stallone attuale non si merita davvero nessun avvocato; credo che chiunque possa rivolgere le sue energie verso migliori cause.
Grazie di aver commentato, in ogni caso.

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Mi rendo perfettamente conto che Stallone può non piacere ed è giusto che sia così ma mi sarebbe piaciuto leggere delle critiche e non degli “insulti”ecco tutto.

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a Heiko, ma goditi ‘na bella puntata del GF o di Amici che forse fai meglio, il cinema non è cosa per te. tanto meno scrivere di cinema.

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Sono 6 anni che scrivo sul web e non solo (poco importa di cosa mi occupi,vi basti sapere che qualche recensione di film tra le tante altre cose l’ho fatta pure io…) e di solito quando si legge un articolo che critica e basta senza portare alcuna argomentazione a sostegno della propria tesi le possibilità sono due: o l’autore non sa nemmeno di cosa parla e quindi nasconde la sua ignoranza sotto degli spietatissimi giudizi oppure parla per partito preso (nessuna delle due ipotesi esclude cmq l’altra a priori). In entrambi i casi viene spontaneo chiedersi che senso abbia mettere on line una recensione del tutto inconsistente e inutile come quella sopra o peggio ancora perchè si senta la necessità impellente di manifestare il proprio dissenso in modo così assurdo…

Fatta questa doverosa premessa cerchiamo di analizzare il film in modo un po’ più imparziale e di capire se, perdonatemi l’espressione, è tutta spazzatura quella che viene criticata.

Allora: la storia non è fuori tempo massimo come si poteva invece dire di Rambo 3 ma è di grandissima attualità visto che gli ultimi disordini che ci sono stati in Birmania (mostrati in tutta la loro crudeltà all’inizio del film) risalgono alla fine del 2007. In secondo luogo la pellicola si ispira molto al primo film della serie presentandoci un Rambo molto meno eroe e molto più umano, chiuso nel suo volontario esilio in Thailandia e lontano dai ritmi di una società che lo ha respinto: un uomo disilluso che però, magari inconsciamente, si è lasciato un spiraglio di redenzione sia spirituale che emotiva (ma questo se non si è visto il film non lo si può sapere…).

La sceneggiatura è funzionale e soprattutto aspira a dei contenuti di REALISMO che nel secondo e nel terzo capitolo si erano perduti: Rambo non è più lo “one man army” del passato, è consapevole di non poter fare tutto da solo e si avvale perciò dell’aiuto di un gruppo di mercenari. Stallone sembra quasi voler dire: “anche lui è uomo con i suoi limiti…”.

la “filosofia” del personaggio secondo l’autore dell’articolo viene dedotta dalla poche frasi che John pronuncia durante il film: il problema però è che Rambo non è un filosofo greco e nemmeno un “eroe” dalla battuta ad effetto sempre pronta: è un uomo torturato dal suo passato e che non riesce a scendere a patti con se stesso, che è andato a combattere una guerra per una nazione che al suo ritorno lo ha preso a sputi e non gli ha permesso di reintegrarsi…cosa vi aspettate? Un’arte oratoria degna di Cicerone? Che dalla sua bocca escano delle riflessioni sui massimi sistemi e sul mondo che ha bisogno di una sua identità? Stiamo parlando di un ex reduce che ha visto tutti suoi compagni morire in modo atroce e che per le circostanze in cui si è trovato ha dovuto imparare a uccidere meglio e più velocemente dei suoi nemici…

Trovo infine ipocrita e grottesco dire che il film sfrutta commercialmente il dramma della Birmania: gli orrori di quel regime dittatoriale vanno avanti da 60 anni (non da qualche mese…), Stallone si è ben documentato prima di girare il film e ha voluto scegliere proprio quella parte del mondo dove si combatte un confitto dimenticato da tutti senza che nessuno muova un dito per cambiare la situazione: il governo birmano ha proibito la distribuzione del film nel paese e ha promesso 7 ANNI DI CARCERE a chiunque verrà sorpreso a distribuirne copie pirata. Fatevi un giro sul web, troverete la notizia ovunque. Lo stesso Stallone durente le riprese è stato minacciato di morte più volte…Quanto disturbo per un film insulso e opportunista è?

E infine il ritorno a casa: non c’è niente di paternalistico o di eroico, siamo solo di fronte ad uomo che ha scelto di perdonare la società e la sua nazione per averlo respinto dove avergli tolto tutto, il cerchio si chiude, Rambo ha deciso di venire a patti con ciò che è e di trascorrere il resto della sua vita libero dai sensi di colpa e dal suo passato…non c’è niente di eroico nel ritrovare se stessi ma solo tanta umiltà…

La stessa umiltà che Stallone ha avuto nel rimettersi in gioco a 60 anni quando nessuno credeva più in lui e a chiudere le saghe di due simboli del cinema reinventandoli ma riscoprendone allo stesso tempo le origini…Rocky Balboa e Rambo sono la degna conclusione non di una saga cinematografica ma di una “filosofia” di vita: non pretendo che tutti la possano condividere o accettare ma mi sembra doveroso cmq sia almeno portare il dovuto rispetto…

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Ho riflettuto molto prima di scrivere le mie impressioni su questo film,non volevo dire cose scontate o banali ma poi ho pensato che la cosa migliore era scrivere ciò che sentivo,così semplicemente,lasciando che le parole assolvessero il difficile compito di tradurre le emozioni,che purtroppo spesso sono intraducibili. John Rambo è una visita guidata all’inferno,è come essere sulle montagne russe,è adrenalina pura. Il film dura poco perché NON PUO’ DURARE DI PIU’. Questo film,così come Rocky Balboa è paragonabile solo al primo della saga. E’ realistico al punto giusto,anche se realistico in questo caso vuol dire brutale. Mi sono chiesta se l’uomo può davvero essere capace di simili atrocità. “Quando sei costretto , uccidere è facile come respirare�.Una frase molto cruda che ha scandalizzato parecchi ma ,vedendo questo film,ci si accorge che è perfettamente consona alla situazione. Lo sguardo di John è magnifico,più loquace di mille discorsi,è penetrante ed emozionante. Quando “agisce�per la prima volta con i pirati birmani,il cuore ti batte forte e l’adrenalina si fa sentire ma diventa delirio vero e proprio,quando scocca la prima freccia e allora pensi:RAMBO IS BACK! Alla fine del film Rambo di spalle sembra vagamente uguale al giovane reduce dal Vietnam che ritorna a casa dopo un “lungo viaggio�,interiore soprattutto. Si guarda indietro un attimo,non dice niente ma si capisce che il suo pensiero è rivolto a tutto il CAMMINO che ha dovuto fare per giungere a quel momento. Poi guarda avanti,ormai la catarsi è avvenuta,John può davvero tornare a casa…

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Cara Rita scognomata, sono invero tutt’altro che nuovo del mestiere, ma non temo di esprimere le mie opinioni, per impopolari che possano risultare, firmandomi con nome e cognome e quindi prendendomene appieno la responsabilità. Cosa che tu ti sei ben guardata dal fare.
In quanto agli insulti, non ritengo di averne scritti, e inoltre la mia recensione mi sembra ben argomentata. Che poi tu non la condivida, e chiunque altro possa non condividerla, è un fatto che non contesto. Però è altrettanto evidente il tuo partire in malafede, dato che affermi che il tuo commento è stato cancellato. Tanta aggressività è, secondo me, degna di miglior causa.

Caro John scognomato, il fatto che tu non condivida i miei gusti (cosa peraltro piuttosto comune, non crederti un’eccezione) non significa che io non ne sappia di cinema, e mi pare evidente che anche chi il film se lo è goduto senza notarne il sottotesto reazionario non arrivi a considerarlo un capolavoro del cinema contemporaneo.

Caro Punisher senza nome (dato che tu hai pubblicato sul web non si vede perché debba nasconderti dietro un nickname), il film purtroppo me lo sono visto, e di elementi negativi avrei potuto aggiungerne ancora (per esempio: vogliamo parlare della sequenza onirica girata come un videoclip?), ma quelli che ho inserito, contrariamente a quanto affermi, sono argomentati. Tu non condividi, bene, ma non vede perché si debba considerare “assurdo� il mio dissenso.
Dal mio punto di vista inserire le sequenze iniziali in un film d’azione è spudorato, nonostante ciò che accade in Birmania (ma davvero è l’unico posto nel mondo dove queste cose accadono? Diciamo semmai che è uno di quei posti nel mondo dove gli stati Uniti non hanno interessi economici da difendere o da acquisire). Che poi i regimi, qualsiasi regime, tendano a censurare qualsiasi film che li metta in discussione non è una novità: “Redacted�, di Brian De Palma, non è stato distribuito negli Stati Uniti, fatto gravissimo di cui quasi nessuno parla.
Sul presunto non-eroismo di Rambo permettimi di dissentire: chi è l’eroe del film?
Sorvoliamo sulla filosofia del personaggio, che passa attraverso frasi patetiche da film di serie Z come quelle che ho elencato (devo aggiungerne altre?): non pretendevo certo che Stallone facesse un film alla Loach (Hollywood ce ne scampi!), ma che evitasse di propinarci filosofie opinabili e buzzurre come quelle che invece ci costringe a subire. E sugli ex-reduci ci sono film di ben altro spessore, anche nella recente stagione cinematografica.
Il finale, come lo descrivi tu, sembra scritto da un ciellino, invece che da chi voleva rappresentare la violenza di un regime e il riscatto di un uomo. Ma ognuno lo può leggere come preferisce. Come suggerisce il già citato (non a caso) Loach, “It’s a free world…�.
Su Rocky Balboa niente da eccepire: non è un capolavoro, ma si tratta sicuramente di un film più che dignitoso. Che poi Stallone ormai sappia soltanto riciclare se stesso è un altro discorso…

Caro JinGenCain, tu sei un altro che ha il coraggio delle proprie opinioni: non solo ti nascondi dietro a uno pseudonimo, ma spari a zero senza esprimere assolutamente nulla. Se questo fosse lo spessore medio dei commenti ricevuti, mi sentirei orgoglioso di non pensarla come te. Fortunatamente c’è anche chi, come “Punisher� o come Francesco, sa argomentare il proprio parere.

Caro Francesco, il fatto che tu ti sia “chiesta� qualcosa mi fa dedurre che dietro ad un nick maschile si nasconda una donna. Un doppio camuffamento. Peccato, perché il tuo commento è sincero, scritto col cuore, a avrebbe meritato nome e cognome. Ma, si sa, di questi tempi pochi hanno il coraggio di esporsi veramente.
Sulla durata del film non mi sono espresso, quindi non comprendo questa parte del tuo commento. Sul realismo non concordo molto, se non per quanto riguarda i primi, atroci minuti, peraltro già visti nei telegiornali.
Anch’io, nella mia recensione, paragono questo quarto film soprattutto al primo, da me amato e quindi pietra di paragone imprescindibile. Ma, francamente, del primo non ho ritrovato né lo spirito autenticamente libertario né l’eroico antieroismo.
Le frasi pronunciate da Rambo non mi hanno scandalizzato, ma se fossero state messe in bocca al protagonista di un film sul brigatismo italiano avrebbero sollevato un putiferio ben peggiore. Eppure, dal punto di vista del regime birmano, Rambo sarebbe un terrorista.
Rambo is back!, si, e lo vediamo tutti i giorni nei resoconti dall’Iraq e dall’Afghanistan. Allora perché non fare un bel film su un reduce iraniano emarginato dal suo Paese che si fa esplodere dopo essere fortunosamente riuscito a penetrare nella Casa Bianca? Tutto è sempre una questione di prospettiva.

Beni, cari miei, ora non mi resta che rimanere in attesa dei vostri strali su queste mie ulteriori esternazioni, naturalmente rigorosamente anonimi.

Il vostro

Heiko H. Caimi

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