Berlinale: ottavo giorno
Posted by Marco Cavalleri | Posted in Berlino 2008, Cinema | Posted on 15-02-2008
Tag:Army, Berlinale, cammello-che-piange, colonialismo, Falorni, Feuerherz, Katyn, Koji, Red, United, Wajda, Wakamatsu
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Si arriva all´ ottavo giorno della Berlinale con la netta impressione che i giochi per il concorso siano già fatti, e allora l´incauto recensore si permette per una volta una giornata per cosà dire trasversale dal punto di vista delle sezioni ma unica dal punto di vista dei contenuti. E si dedica – sono scelte – a tre pellicole aventi per oggetto la storia recente. Con risultati decisamente altalenanti.
Partiamo, seguendo un puro ordine cronologico di visione, da Feuerherz, pellicola che segna il debutto in una pellicola di fiction di quel Luigi Falorni che sfioro´ l´Oscar con La storia del cammello che piange. Se non altro per questo ovvio che ci fosse una certa attesa: e anche la speranza che il risultato si ripetesse. Purtroppo siamo molto lontani dalla riuscita del titolo precedente. Nel raccontare la storia vera di Awet, bambina eritrea abbandonata dal padre e costretta suo malgrado a diventare soldato in un conflitto assurdo tra fazioni separatiste, il regista cade infatti in tutte le trappole relative a un tema consimile. E quindi retorica a fiumi (e nessun accesso alle cause remote della situazione come il colonialismo italiano, a meno di non accontentarsi del prologo ambientato in un orfanotrofio cattolico dove si parla la nostra lingua), sentimentalismo e pietismo di maniera come si conviene ai film drammatici con bambini protagonisti, dialoghi sentenziosi e a rischio di ridicolo (e in effetti qualcuno in sala rideva), messa in scena a voler essere generosi scolastica dove il meglio arriva da pochi (ma talvolta poetici) inserti documentari. Poi, vista la tendenza berlinese a premiare pellicole dai risvolti sociali a prescindere dal reale valore, magari ci scappa un premio: ma sembrerebbe veramente inappropriato.
Premio che invece potrebbe toccare – a Los Angeles in occasione dell´Oscar – al decano Andrzeji Wajda, con Katyn, che prende spunto dal terribile eccidio di 12000 ufficiali polacchi compiuto dai russi ma fatto passare per tutto il periodo del dominio sovietico come l´ennesima atrocità nazista (e chi voleva ristabilire la verità aveva una scelta non ampia tra carcere e morte). Il tema era interessante, potenzialmente nobile, e Wajda in passato ha dimostrato a piຠriprese di essere un maestro del cinema attratto dai chiaroscuri della Storia. Ma da tempo sembra aver perso la sua vena migliore per adagiarsi su coproduzioni di taglio televisivo, e il presente titolo rappresenta purtroppo l´ennesima riconferma. Certo, il talento visivo non si perde, e qualche sequenza (i prigionieri polacchi che festeggiano il Natale, la brutale secchezza dell´eccidio) dimostra non solo abilità tecnica ma anche un´idea di visione. Ma a prevalere, causa soprattutto di una sceneggiatura eufemisticamente non originalissima, sono sottolineature inutili e scene madri, con in piຠun accenno talmente insistito all´equivalenza tra identità nazionale e cattolicesimo da poter infastidire non si dice il laico ma anche il credente non fondamentalista.
Ottimo infine, ma decisamente non adatto a tutti i pubblici, United Red Army di quel Wakamatsu Koji cui quest´anno è anche dedicato l´omaggio del Forum. Che tratta, a partire da un´impressionante mole documentaria e per oltre tre ore di durata (ma davvero non ci si accorge dello scorrere del tempo) la nascita del movimento comunista in Giappone, il suo radicalizzarsi in fazione terroristica e la sua tragica fine. Tragica fine dovuta però, ben prima che all´intervento di polizia e forze speciali, al fanatismo ideologico e alla brutalità dei propri esponenti, tanto che prima ancora della carneficina finale già 14 membri ritenuti “non sufficientemente marxisti” e “incapaci di autocritica” vennero eliminati tramite brutali pestaggi e torture varie dagli stessi compagni. Il regista racconta il tutto in tre blocchi narrativi (il prologo storico, l´addestramento militare e la battaglia finale) dai registri espressivi nettamente distinti, partendo dalla ricostruzione documentaria per passare a un tono quasi horror (certe sequenze di “autocritica”, come quello della militante che si picchia a morte da sola pur di dimostrare la purezza dei suoi ideali, sono relamente ai limiti del sostenibile) e infine a un radicale sperimentalismo visivo. Non per tutti si diceva, e soprattutto non per stomaci delicati: ma un raro esempio di film politico radicale tout court, capace di parlare dei torti di entrambe le parti in causa e di far riflettere sull´assioma che qualunque idea totalitaria – religiosa o politica che sia – non può che produrre mostri utilizzando per farlo un linguaggio visivo volutamente mostruoso e delirante. Avrebbe potuto degnamente stare in concorso: l´importante comunque è aver avuto l´occasione di vederlo.


