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Berlinale sesto giorno

Posted by Marco Cavalleri | Posted in Berlino 2008, Cinema | Posted on 13-02-2008

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58 ifb logo intro Berlinale sesto giorno Purtroppo è sempre piຠraro, ma grazie a Dio capitano ancora. Capitano ancora giornate festivaliere che ti riconciliano col cinema e con la sua capacità¡ di essere fabbrica di emozioni, di idee, perché. no anche di polemiche. Capita di martedà­, ma sarebbe andato bene qualsiasi giorno. Per intanto ringraziamo: un titolo accettabile e due che potrebbero concorrere tranquillamente al massimo alloro non sono certo messe da poco.

Liquidiamo in fretta il piຠdebole dei tre, il coreano Bam Gua Nat firmato da Hong Sansoo, praticamente sconosciuto dalle nostre parti ma ben noto qui avendo già¡ partecipato, seppure in sezioni meno prestigiose, ad altre due edizioni della Berlinale. Nel racontare la vicenda di un artista coreano di scarso successo che per evitare guai giudiziari in patria si trasferisce a Parigi invaghendosi di una conterranea studentessa di belle arti, il regista dimostra fin troppo chiaramente il suo debito formativo verso Rohmer, della cui filmografia la presente pellicola sembra un remake: purtroppo un remake pantografato – due ore e mezza di durata appaiono francamente eccessive – e letteralmente appiattito sull’ originale fin quasi a perdere individualità¡. Carino, anche grazie a un lieve umorismo e a una sceneggiatura a maglie larghe ma priva di difetti evidenti: ma la classica operina da Festival senza particolare personalità¡ o ambizioni.
Ambizioni di ben altro respiro – e grazie a Dio ottimamente riposte – nel bellissimo Standard Operating Procedure di Errol Morris. Che non è solo con tutta probabilità¡ il miglior documentarista vivente, ma sa scegliere i propri temi guardando sempre oltre l’ oggetto prescelto per la narrazione. Che qui si parta da quanto accadde nella prigione irachena di Abu Grahib – una delle pagine piຠumilianti della disastrosa guerra irachena – è di per sé meritorio. Ma, come detto prima, si va ben oltre. Tanto in direzione politica – sottolineando una verità¡ ovvia ma colpevolmente dimenticata tale per cui i torturatori non fecero altro che portare alle estreme conseguenze quanto gli alti comandi pretendevano da loro ( e una didascalia finale ci avverte che non ci fu alcuna condannato che avesse gradi superiori a quello di sergente) quanto, soprattutto, in chiave per cosà­ dire epistemologica. In un mondo dominato dall’ immagine il vero scandalo non deriva dalla tortura ma dal fatto che sia stata filmata, fotografata, insetrita nel circuito informativo globale: e non stupisce che uno dei soldati coinvolti rilevi con amarezza il paradosso di una punizione dovuta non tanto agli atti commessi ma alla loro riproduzione visiva. Severo, teso come e piຠdi un film di fiction e intrinsecamente allarmante, Standard Operating Procedure appartiene alla categoria – rara- dei film che andrebbero davvero proiettati per le scuole: e, sia chiaro, anche per quelle di cinema.
La giornata si chiude poi con quello che al momento appare il concorrente piຠaccreditato a contendere l’ Orso al fin qui senza rivali There will be blood, vale a dire Happy Go Lucky di Mike Leigh. Al cui impressionante palmarés manca giusto giusto una vittoria a Berlino: nel caso sarebbe pienamente meritata. Nel raccontare le vicende quotidiane di Pauline, insegnante d’ asilo apparentemente svampita ma in realtà¡ dotata di quella superiore forma di saggezza consistente nel non abbatersi mai non perché ma nonostante quanto di sgradevole e doloroso possa succedere, il regista inglese va vicino alla riuscita del suo capolavoro Secrets and lies. Merito di attori letteralmente straordinari – la protagonista Sally Hawkins, sorta di Benigni in gonnella, prenota sin d’ ora il premio per la migliore attrice ma un premio al cast nel suo complesso non sarebbe affatto disdicevole – di una sceneggiatura scritta in punta di penna e ricca di battute e situazioni esilaranti, di componenti formali dalla colonna sonora alla fotografia perfettamente funzionali al racconto. Ma merito soprattutto di un regista capace come ormai pochissimi al mondo di partire dal quotidiano per costruire favole morali apparentemente lievi ma in realtà¡ eticamente alte, dove il lieto fine nasce dalla gaddiana cognizione del dolore e dalla cosciente volontà¡ di superarlo. Come ha notato qualcuno, forse il finale è un poco tronco: ma davvero si tratta di un difetto assolutamente minore. Quattro o cinque titoli del genere all’ anno basterebbero per riconciliarsi col cinema: ne abbiamo qui uno, il consiglio ovviamente è di non perderlo.

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