Berlinale:il quinto giorno
Posted by Marco Cavalleri | Posted in Berlino 2008, Cinema | Posted on 12-02-2008
Tag:Berlinale, concorso, Dorrie, McCarey, Ozu, Padilha, To
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Lunedì, cosa ben nota a chiunque si trovi a campare la vita, non è di solito una bella giornata. Per fortuna la Filmfestspiele berlinese prova a renderci la cosa meno difficile, proponendo al giro di boa del weekend titoli – se non esattamente memorabili – almeno interessanti.
Fatta, va detto, eccezione per il devastante – da un punto di vista ideologico, se non proprio cinematografico – Tropa de elite a firma del brasiliano José Padilha. Peccato, perché il tema trattato – la vita di un gruppo di appartenenti alla polizia militare brasiliana, spesso costretta a dare una mano a ripulire le incontrollabili favelas di Rio – era di quelli che potevano esser sviluppati in modo significativo: e il cinefilo ricorda volentieri il bellissimo Loi 627 di Tavernier che un tema simile trattava egregiamente. Ma a produrre sono i Weinstein, e la cosa scivola ben presto nello spettacolo fine a se stesso, con tanta macchina a mano a significare un realismo meramente di facciata: con in piຠl´aggravante di un´ ideologia assolutamente reazionaria tale per cui , in fondo, questi bravi poliziotti ammazzano a destra e a manca e compiono vendette private in quanto costretti dalla situazione o perché colpiti negli affetti. Va detto che in conferenza stampa il regista ha spergiurato di voler significare esattamente il contrario: ma allora ci si lasci pensare che forse il cinema di denuncia – o presunta tale – non rientra propriamente nelle sue corde. E la retrospettiva di Rosi capita a proposito: se non ha troppi impegni il consiglio, sentito, Ä— quello di rivedere pellicole come Lucky Luciano o Le mani sulla città . Qui siamo dalle parti di uno sguardo pornografico che mostra il peggio per solleticare il voyeurismo dello spettapore.
Va meglio, e di molto, con Johhnie To e il suo Man Jeuk. Che, senza essere di certo tra i suoi titoli migliori, dimostra una volta di piຠcosa voglia dire essere, se non un maestro del cinema tout court, un regista dotato. Nel raccontare le peripezie di quattro borseggiatori che decidono di aiutare una donna prigioniera del boss che la mantiene, l´ autore di The Mission compone un divertissement leggero e scanzonato. Forse fin troppo, se proprio si vuole trovare un limite all´ operazione: e si sa che i Festival non amano in genere pellicole troppo leggere. Ma intanto la durata è giustamente breve, il cast affiatato e – soprattutto – ci sono molte scene (il primo borseggio di squadra, il bacio indiretto tramite sigaretta tra i due protagonisti) che si ricordano con piacere.E c´è l´ atout di quella che è parsa a tutti gli spettatori la sequenza piຠbella del festival, una sfida di borseggio tra due squadre contrapposte in un vorticare di ombrelli, millimetricamente coreografata come solo un grandissimo puà³ permettersi. Con tutta probabilità¡ non vincerà¡ nulla:ma intanto per una volta gli occhi e la testa godono.
Potrebbe invece portare a casa qualcosa Kirshblà¼ten – Hanami della rediviva Doris Dorrie. Di cui, confesso, avevo saltato la proiezione stampa nella convinzione che si trattasse del solito (e brutto) film della da me mai troppo compresa regista tedesca. Il fatto, poi, che si trattasse di un remake di quel Tokyo Monogatari di Ozu che a propria volta riprendeva il bellissimo Cupo tramonto di McCarey aumentava – e fortemente – le perplessità¡: di fronte a titoli del genere la Dorrie sembrava inevitabilmente destinata a soccombere. Pure, il racconto di due anziani bavaresi che decidono di andare a trovare uno dei tre figli in Giappone, con un lui malato a propria insaputa di tumore e una lei che lo sa ma preferisce non dirgli nulla salvo poi morire inaspettatamente per prima lasciando il marito nel rimpianto e nella decisione di farle comunque “vedere” tramite i suoi occhi quel Giappone che adorava, ha una sua poesia e una tenerezza insolita di questi tempi. Vero, forse siamo di fronte a una pellicola piຠastutta che realmente ispirata, di quelle tanto per capirci di cui la nonna diceva “Che bel film, ho pianto tanto”. E che l´ autrice non sia un genio lo dimostra, paradossalmente, proprio la prima parte teoricamente comica dove si ride anche ma non proprio per battute o situazioni insolite.Ma il tempo passa,la sceneggiatura scorre oliatissima e gli interpreti sono adeguati. Non basta per farne un grande film: ma senz’ altro uno di quelli che si vedono volentieri.


