10. Febbraio 2008

Berlinale: il terzo giorno

58_ifb_logo.gifIl sabato – vuole la tradizione festivaliera – dovrebbe essere giorno grasso, ricco di appuntamenti e titoli attesi. Dovrebbe, per l’appunto: ma Berlino, non credo per snobismo, ci propone una giornata piuttosto opaca, di quelle dove -per capirci – il bello o il buono van cercati altrove rispetto al concorso. Che doveva, almeno in teoria, trovare il titolo forte in Julia di Erick Zonca, redivivo dopo il sopravvalutatissimo (ma pure assai amato da alcuni) La vita sognata degli angeli. Non che sia certo, ma a giudicare dalle reazioni in sala appare probabile che il partito dei non estimatori sia cresciuto, e di molto.

Il problema vero di Zonca non risiede nella tecnica, quanto piuttosto nella presunzione di avere delle cose originali da dire: ma di originale qui non c’ė quasi nulla, e quel pochissimo suscita irritazione. Partendo come film vagamente psicologico, Julia imbocca la strada del thriller per poi scivolare in un simil documentarismo e chiudersi sul modello di Gloria del compianto Cassavetes, probabile nume tutelare dell’intera operazione. Ma le psicologie sono da bigino piuttosto che da manuale, l’aspetto thriller risulta telefonatissimo e- quanto al presunto neorealismo della parte messicana, onestamente se avessi una carica diplomatica da quelle parti chiederei spiegazioni di una rappresentazione tra il caricaturale e il razzistico. Cassavetes, si diceva. Ma Cassavetes lavorava costantemente in levare, e anche in quello che rimane il suo titolo piú costruito e scritto non c’era una parola o una situazione di troppo. Qui la noia comincia dopo poco meno di un’ora, e la pellicola ne dura 138’, tra buchi di sceneggiatura vergognosi, insopportabili vezzi nouvelle vague e dilatazioni che si vorrebbero turgide – ma appaiono piuttosto tumescenti – di sequenze e dialoghi. Si potrebbe riassumere il tutto dicendo che persino una signora della scena come Tilda Swinton arranca: ma onore al merito il fatto che riesca comunque a stare in piedi. Destino onorevole che non tocca certo al resto della pellicola, con pretese d’autore mal riposte e peggio manifestate.
E allora meglio un film dichiaratamente di genere ma almeno ben fatto, ben scritto e recitato come Chiko, opera prima del turco/tedesco Özgur Yildrim. Opera prima, si diceva, ma a produrre è Fathi Akin, ben noto ai cinefili (ma in generale ai semplici amanti del buon cinema) fin dai tempi de La Sposa Turca. Probabile che i meriti siano almeno in parte di quest’ultimo: di sicuro il regista, per quanto debuttante, dimostra di avere perlomeno un ottimo mestiere e qualche idea di cinema non banale. Nel raccontare la resistibilissima ascesa e conseguente, rovinosa caduta di un piccolo delinquente turco operante nelle periferie di Amburgo, Yildrim lavora su un immaginario non esattamente originalissimo (andiamo da Scarface a Blow passando obbligatoriamente per tutto lo Scorsese “mafioso”) . Ma lo fa con bravura, serrando ottimamente i tempi e i modi del racconto (per cui anche la violenza esibita appare conseguente allo sviluppo di storia e personaggi, non mera spettacolarizzazione ), girando con una secchezza che non esclude la bella immagine comunque mai fine a se stessa, citando a proposito e regalandosi anche almeno una sequenza – quella finale – di quelle che si ricordano. Dimostrando ancora una volta che sapere costruire e condurre una trama vale molto di piú di uno sguardo fintamente autoriale che, quando solo presunto come nel caso di Zonca, allontana inevitabilmente il pubblico colto o meno che sia dalla sala.
Degli altri titoli in concorso non molto da dire. C’ era una certa attesa per Gardens of Night di Damian Harris, vuoi per il tema – la pedofilia vista dalla parte delle vittime, inevitabilmente segnate dall’orrore dell’esperienza – e vuoi soprattutto per la presenza, ormai piuttosto rara in un cast, di John Malkovich. Ora, se la seconda ragione di interesse decade ben presto (il nostro, sempre bravo ma alquanto imbolsito, appare si e no per cinque minuti) purtroppo anche la prima, e vera, rimane al massimo una pia intenzione. Si puó provare simpatia per una scelta non facile, e apprezzare una certa sensibilitá nella trattazione. Peccato, purtroppo, che il tutto finisca per manifestarsi in modo piuttosto scolastico, con la riproposizione inisistita di tutti i luoghi comuni legati alla pedofilia e un didascalismo di maniera (tale per cui i due bambini protagonisti non potranno che diventare vagabondi e prostitute,etc. etc., senza che venga spiegato per un attimo il loro percorso). Non brutto in senso assoluto, ma certamente inutile: e non è detto che sia meglio.

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