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There will be blood (Il petroliere)

Posted by Davide Verazzani | Posted in Berlino 2008, Cinema | Posted on 09-02-2008

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ilpetrolierelocandinaberlino There will be blood (Il petroliere)Nel 1898 Daniel Plainview, un cercatore d´oro e di argento nel deserto all´Ovest degli Stati Uniti, durante uno scavo scopre per caso la presenza di petrolio, e inizia cosi´ la sua fortuna economica. Qualche anno dopo, grazie all´aiuto di Eli Sunday, giovane figlio di un contadino, compra migliaia di acri di terra brulla sotto cui giace un immenso giacimento, e vi si sposta a vivere con il suo unico discendente (che e´ in realta´ figlio del suo primo socio, deceduto tragicamente quando il bimbo era ancora in fasce). La sua fortuna si moltiplica, ma deve fare i conti con l´improvvisa acrimonia di Eli che, diventato un predicatore evangelico, lo contrasta spaventato dal progresso incombente, e con la propria anaffettivita´, che lo spinge ad allontanare il figlio, divenuto sordo per un incidente a un pozzo, per poi riprenderlo con se´ quasi solo per dimostrare agli altri che anch´egli e´ in grado di avere una famiglia, seppur particolare. Gli anni passano, e nel 1927, ormai relegato per la sua misantropia nella propria villa-mausoleo, Plainview potra´ regolare i conti con il passato.

Dopo la parentesi bizzarra di Ubriaco d´amore, con cui nel 2002 non era riuscito a bissare il successo di critica e di pubblico di Magnolia, Paul Thomas Anderson torna a incantare come con il suo capolavoro, premiato proprio a Berlino nel 1999 e modello di molti lavori di suoi colleaghi cineasti negli anni a seguire.
Anderson adatta per lo schermo il romanzo Oil, con cui Upton Sinclair raccontava splendori e miserie del tycoon Edward Doheny, e rende la vicenda umana del magnate emblematica della nascita stessa della nazione americana. Il registro narrativo scelto mischia elementi biblici (non nuovi per Anderson, considerando alcune scelte di Magnolia) ad una scrittura che lo rende simile agli intrecci piu´ foschi del teatro greco (Eschilo e la punizione per la superbia, nella fattispecie) ed elisabettiano, e lo avvicina al Quarto potere di wellesiana memoria. D’altronde, anche la magniloquenza dello sguardo registico di Anderson, esagerato ma anche raffinato, non teme paragoni con il capolavoro di Welles: basterebbero i primi dieci minuti, in cui il nero del petrolio sgorga dallo schermo a sottolineare l´origine buia e perfino peccaminosa del successo economico, e il confronto finale, una mezzora di tensione pura dove spazio e scenografia vengono usati con maestria, per sbalordire chiunque e far sciacquare la bocca a miseri epigoni. E´ un cinema d´altri tempi quello di Anderson, un western travestito da kolossal epico, girato non a caso nei luoghi storici della cinematografia statunitense (gli sfondi sono gli stessi de Il gigante, per esempio), che sa narrare senza protervia ma anche senza sconti l´intreccio orgiastico fra capitalismo ed evangelismo che sta alla base del mito americano: in questo senso, quindi, uno dei film piu´ anti-bushisti di sempre, giunto proprio al termine di uno dei periodi piu´ neri per la politica mondiale, in cui il perverso intreccio affaristico/religioso ha portato il mondo sull´orlo del collasso (e forse, talvolta, gia´ qualche passo piu´ in la´). Il confronto fra il capitalismo becero di Plainview e il messianesimo stolto e perverso di Eli, lungi dall´essere un´alleanza, e´ d´altronde talmente spinto all´estremo da far partorire il sospetto che l´uno sia figlio dell´altro: d´altronde, e´ Eli che spinge Daniel ad acquistare le terre su cui vive, ed e´ il petroliere che finanzia la costruzione della chiesa e, per comprare l´ultimo lembo di terra utile per costruire un oleodotto, si umilia fino a diventare un neo-membro della confraternita di Eli (un cristiano rinato, quindi: dice niente questo, riguardo a mr. Bush?).
Si potrebbe pensare che ci si trova davanti a un capolavoro assoluto, e invece non e´ cosi´. La regia sublime di Anderson a volte non e´ adeguatamente supportata da una scrittura che a volte si perde in lungaggini e monologhi ripetitivi, quasi a scontare i punti di riferimento fin troppo elevati che si pone a monte, e dalla recitazione dei protagonisti Daniel Day-Lewis e, ancor di piu´, Paul Dano, i quali fanno sfoggio di un istrionismo mattatoriale che, perfetto per un palcoscenico teatrale, nella vastita´ degli orizzonti in cui il film e´ ambientato suona vagamente stonato. Certamente si tratta di scelte dello stesso Anderson, coerenti forse con l´epicita´ della narrazione, ma che rendono in certi passaggi il film ingarbugliato e ne rendono non facilmente digeribile la dilatazione temporale.
Forse There will be blood fara´ messe di Oscar, viste tematica e concorrenti, ma nello stesso tempo e´ probabile che non sara´ un successo commerciale. Se ne consiglia caldamente, in ogni modo, la visione: nonostante le imperfezioni, si e´ cosi´ vicini ad una “next-big-thing” da renderlo imperdibile.

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