A Berlino è già giovedì 7 febbraio
Si apre oggi la 58esima edizione della Berlinale. Un festival che e’ tradizionalmente votato a proporre film che giungono da cinematografie poco appariscenti (a differenza di quanto avviene a Venezia e Cannes, per esempio), o da cineasti non ancora notissimi, e che ha saputo negli ultimi dieci anni, parimenti all’altro “piccolo” festival europeo, quello di Locarno, ritagliarsi uno spazio di assoluto predominio nell’offerta di quelle pellicole che in genere mandano in sollucchero la critica e che ultimamente stanno interessando sempre piu’ settori di pubblico. Basti pensare a Il falsario, in concorso nel 2007 ed oggi candidato all’Oscar come miglior film straniero (con ottime probabilita’ di vittoria), o alle opere di Sokurov e Guediguian che hanno trovato terreno fertile in terra tedesca negli ultimi anni.
E’ consuetudine di un festival giocarsi in apertura una cartuccia importante, presentando un film non in concorso che possa attrarre pubblico e stampa e fungere da vetrina per le proposte in arrivo nei giorni successivi; lo e’ stato per Venezia nel 2007 con Espiazione, cui ha porrtato fortuna vista la messe di candidature all’Oscar piovutegli addosso; lo e’ quest’anno anche per Berlino: mentre infatti la capitale accoglie i cronisti di Nouvelle vague sotto un cielo bigio e grondante un freddo nordico, le luci del Palast risplendono grazie all’incendiario documentario Shine a light, che vede Martin Scorsese raccontare un concerto newyorkese dei Rolling Stones durante il tour americano dello scorso anno. A differenza del film veneziano, dubitiamo che questa nuova opera del regista americano veda la luce in sala, e propendiamo per un suo sfruttamento commerciale direttamente attraverso il mercato del dvd. Questo non significa, d’altronde, che siamo in presenza di un film di serie B, o della semplice ripresa (ancorche’ professionale e con largo uso di mezzi tecnici) di una serata live della piu’ longeva band del pianeta. Scorsese si avvicina al “mostro” Rolling Stones con un’intensita’ il cui scopo e’ duplice.
Da un lato, vi e’ il tentativo di catturare la tremenda energia di un concerto rock e di trasportarla attraverso lo schermo. Le macchine da presa posizionate in ogni dove; l’attenzione ai dettagli corporei dei componenti della band, con abbondanza di primi piani che ci fanno apprezzare anche i sottili ammiccamenti fra i musicisti; l’insistenza nell’inserire immagini prese dal backstage, cosi’ da sottolineare la vitalita’ dell’attimo grazie alla risposta entusiasta del pubblico; infine la scelta di un piccolo teatro, il Beacon di Manhattan, come sede dello show, quasi a rimarcare il contatto mai sopito fra la band e il suo pubblico; ecco gli elementi che rendono al meglio la deflagranza di una serata che nasce e muore nell’arco di un paio d’ore, e non lascerebbe nulla se il genio di Scorsese non collegasse il concerto con una Manhattan illuminata e quasi stilizzata, grazie a un vertiginoso dolly conclusivo che inizia appena fuori dal Beacon e termina con una luna piena che sorveglia benevola l’alleniano skyline per poi trasformarsi nella celeberrima e beffarda linguaccia rossa rollingstoniana.
D’altro canto, il film e’ anche una sottile riflessione su verita’ e finzione nel mondo del rock e, parallelamente, nel cinema stesso. Inframmezzato com’e’ da interviste degli anni ’70 in cui si chiedeva a Jagger e soci se avessero continuato a suonare Satisfaction fino a 60 anni (e gia’ allora ci si meravigliava della longevita’ della band, soprattutto a causa dei problemi di droga dei suoi componenti), il documentario mostra i Rolling Stones dediti a “fare” i Rolling Stones, con reale divertimento (sottolineato da una battuta di Keith Richards, che dichiara di suonare ancora perche’ gli piace farlo, e niente altro), ma anche con una teatralita’ che appare talmente esagerata da avvicinarsi a un copione gia’ scritto altrove. Il luogo stesso del concerto, un piccolo teatro in cui i drammi diventano veri per il solo fatto che vi vengono rappresentati, e il saluto finale (la band piu’ i roadies e gli ospiti che salutano con un inchino al centro del proscenio) indulgono a una tale riflessione. Quanta verita’ c’e’ in un Jagger che ancora adesso canta Sympathy for the devil con le stesse mosse di 40 anni fa? Non piu’ che in un De Niro che si trasforma per impersonare Toro scatenato (film presentato proprio a Berlino nell’81, fra l’altro), verrebbe da pensare. Scorsese continua il suo personale itinerario musicale, dopo il Blues e Bob Dylan, con un documentario in cui la sua genialita’ e’ in prima linea. It’s only rock’n’roll? Forse, ma non ne saremmo poi cosi’ sicuri.
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Commento
1.
Sarathehutt scrive il 08 Febbraio 2008 alle 01:29
Bene, bravo, bis