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Sogni e delitti

Posted by Tullio Di Francesco | Posted in Cinema | Posted on 31-01-2008

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sogni e delitti Sogni e delittiLa prima volta che li incontriamo, Ian e Terry sono intenti a comprare una barca: la chiameranno “Cassandra´s Dream”. È il simbolo evidente, per i due fratelli, della voglia di fuggire da una realtà  di ristrettezze economiche, con un padre che gestisce con difficoltà  un ristorante –reduce da un infarto e da un fallimento –, e una madre che rinfaccia loro continuamente il successo del fratello, chirurgo plastico con cliniche sparse un po´ in tutto il mondo. Ian aiuta il padre nella gestione del ristorante ma progetta grossi investimenti per il futuro, inoltre ha appena conosciuto Angela, una giovane attrice molto attraente che vuole sfondare nel cinema. Terry, invece, lavora in un´autofficina ma ha il vizio del gioco, pericoloso in un giovane che vuole comprare casa con la compagna. Fortuna che la famiglia è legata da un affetto molto profondo, e può contare sull´aiuto economico dello zio Howard per uscire dalle difficoltà . Finché, un giorno, è proprio lo zio a chiedere un favore ai nipoti, ed è un favore di quelli grossi, la cui esecuzione comporta l´ergastolo nel caso si venga scoperti. Ian e Terry devono prendere una decisione ben sapendo che il rifiuto significherebbe essere banditi dallo zio. È proprio a bordo del “Sogno di Cassandra” che si giocherà  la battuta finale del loro dramma…

Cassandra aveva il dono di preannunciare le sventure. Ed è proprio questo il filo conduttore del nuovo film di Woody Allen, che mai nel suo cinema ha nascosto la passione per il teatro e la tragedia greca. Perché farlo ora che la sua vena creativa si è rinverdita con la riscoperta del noir (dopo titoli come Crimini e misfatti, Ombre e nebbia, La maledizione dello scorpione di giada, Misterioso omicidio a Manhattan) e i fasti di Match Point? Anche Sogni e delitti, infatti, (a proposito: vero delitto la traduzione dell´originale Cassandra´s Dream con un ennesimo titolo copulativo per richiamare la serialità  di Accordi e disaccordi, Amore e guerra, Crimini e misfatti, Mariti e mogli, Ombre e nebbia) dopo il già  citato film e Scoop, è ambientato a Londra, città  del mystery per eccellenza, e segnerebbe l´ultimo capitolo di un´ideale trilogia con ambientazione la capitale inglese (il prossimo lavoro del cosmopolita Allen, Vicky Cristina Barcelona, sarà  girato in Spagna). Del noir il film ha che affronta una storia dagli esiti drammatici, della tragedia greca ha il senso di predestinazione dei suoi personaggi.

Ad Allen, classe 1935, va riconosciuto il merito, alla sua veneranda età , di essersi saputo reinventare come neanche un giovane regista sa fare. Non che anche prima non avesse toccato le corde del dramma (Interiors, Crimini e misfatti, Mariti e mogli, solo per nominarne alcuni), ma anche lì eravamo pur sempre all´interno di un universo alleniano con tic e fissazioni ben riconoscibili. Perfino quando l´autore si ritirava dietro la macchina da presa, i suoi attori sembravano mimarne la tipica recitazione nervosa e ricalcare il modello del nevrotico. Con l´abbandono – apparente? momentaneo? – dello schlemiel, Allen, pur rimanendo fedele a cifre e stilemi personali, si è aperto a temi e atmosfere più universali come la rapacità , l´opportunismo, il rampantismo. Per comprendere come il suo modo di intendere il cinema stia diventando sempre più sfaccettato si pensi non tanto al casting – come sempre perfetto nei film di Allen –, ma piuttosto a come sia scevra da stigmate alleniane la recitazione dei due protagonisti Ewan McGregor e Colin Farrell. Si pensi alla rinuncia al suo beneamato medley di musica jazz per la scelta (penso di poter dire, se la memoria non inganna, per la prima volta dai film della prima metà  degli anni Settanta) di una tradizionale partitura musicale, affidata agli inesorabili, ossessivi archi di Philip Glass. Si pensi, ancora, alla rinuncia della dimensione ebraica come chiave di interpretazione del mondo. È come se Allen avesse smesso i panni del giullare e dell´esistenzialista bergmaniano per indossare quelli freddamente pessimistici di un Fritz Lang o caldamente avidi di bassezze di un Erich von Stroheim.

Poi, però, la visione del film lascia dentro un senso di insoddisfazione, e ci si rende conto che il problema è proprio la programmatica ineluttabilità  del suo intreccio. Se Match Point scatenava interrogativi, lasciava con il fiato sospeso sul filo della suspense (oltre che di una rete da tennis) e poneva un dilemma etico ben preciso (è giusto che il delinquente la passi liscia?), la linearità  della trama del nuovo film di Allen è talmente esemplare nella sua parabola di ascesa/crimine/dannazione da non creare alcuna aspettativa nello spettatore, anzi da condurlo a prevederne la fine prima del tempo. Tanto da far sorgere una domanda ben precisa: non è che, così come nella commedia aveva un suo ben preciso “marchio” di fabbrica, ora anche nel giallo Allen ha trovato una formula nella quale adagiarsi? La sua non sarà  diventata maniera già  alla seconda regia del suo nuovo corso? Ai posteri l´ardua sentenza.

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