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Into the Wild

Posted by Tullio Di Francesco | Posted in Cinema | Posted on 26-01-2008

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into the wild Into the WildChristopher MacCandless poteva sembrare un giovane studente americano come tanti. Di bell´aspetto, famiglia normalmente conflittuale con madre, padre (ai ferri corti) e sorella affettuosa, desideri soddisfatti prima ancora di chiedere. Ma Christopher era diverso: possedeva uno spirito indomito e inappagato ed era convinto che oltre i diktat sociali si nascondesse una grande verità  là  fuori, nella naturale vastità  da cui tutti veniamo, il mondo della wilderness. E un giorno, laureatosi e saldati gli obblighi nei confronti dei genitori, come un moderno San Francesco, si spogliò di tutti i suoi averi e, senza dire nulla a nessuno, partì all´avventura con il nome di Alexander Supertramp (il super viaggiatore) incontro al suo destino, prima attraverso tutto il territorio degli Stati Uniti meridionali, poi nelle sconfinate distese dell´Alaska…

Quella di Christopher MacCandless/Alexander Supertramp è una storia vera, da cui, prima del film di Sean Penn, lo scrittore Jon Krakauer ha tratto un libro pubblicato in Italia da Corbaccio (Nelle terre estreme): difficile quindi cercare di non svelare il finale di una vicenda di cui i molti ormai già  sapranno tutto e di più, ma cercheremo ugualmente di non farlo. Dicendo, in primo luogo, che mai come in questo caso “storia vera” sembra un paradosso, visto che stiamo parlando di un giovane che – con l´estremismo tipico dei ventenni – ha fatto qualcosa che, per noi uomini civilizzati industrializzati e inurbati, è assolutamente impensabile, inimmaginabile: rinunciando alla “vil moneta”, ha voluto dimostrare che esiste una dimensione altra rispetto alla patina che il super io ci impone di assumere davanti ai nostri simili nel contesto sociale. E un esempio così estremo non poteva lasciare indifferente un autore come Sean Penn che, prima ancora che nella vita pubblica, ha saputo fare dell´estremismo morale premessa e conseguenze di tutto il suo cinema (Lupo solitario, Tre giorni per la verità , La promessa).

Se con il suo film precedente aveva saputo prendere una fonte europea come La promessa di Friedrich Dà¼rrenmatt e trasporla in chiave americana, con Into the Wild Penn ha fatto uno dei film più genuinamente americani che si siano visti sullo schermo negli ultimi anni, western compresi. Mai come nella cultura statunitense e nel rapporto che essa ha con il paesaggio, come il miglior cinema americano ci ha insegnato, una vicenda come questa poteva avere senso. Il viaggio di Christopher nel cuore del territorio americano, il rapporto che egli ha con deserti e montagne, il senso di pericolo e lo schifo che gli desta la città  (Los Angeles), lo trasformano in uno dei più sensibili westerner che ci ricordiamo. Davanti al silenzio delle foreste e all´immensità  dell´orizzonte sembra di vedere un nuovo Jeremiah Johnson (Corvo Rosso non avrai il mio scalpo), più che un moderno Diogene. Le tappe, scandite come capitoli nel film, che lo portano da un´età  adolescenziale ad una maturità  interiore accantonano il romanticismo della gioventù per lasciare spazio alla dura realtà  dell´età  adulta: la natura in Into the Wild parte sì dalle origini del mito fondante, da Thoreau e dalla sua dimensione romantica, ma non può non pervenire ad un pessimismo londoniano, dove la natura matrigna mette l´uomo sullo stesso piano della belva. Il dualismo è già  implicito in Christopher: il suo innato idealismo affiora costantemente nei rapporti con gli altri (legge anche Tolstoj), ma non può non prevalere London nella copia del Richiamo della foresta che il giovane porta sempre con sé, oltre a quell´insistente copia di Delitto e castigo che continua a far capolino. Ad ogni delitto (Christopher “uccide” i legami che lo avvinghiano alla società ) deve corrispondere un castigo.
Ma Christopher “uccide” anche il padre e la madre. Inutile negare che il film è anche una picconata al sistema di vita americano attraverso il sotterraneo attacco che il regista fa al suo zoccolo fondamentale: la famiglia. Into the Wild è un film che mostra costantemente lo sfascio delle famiglie tradizionali (la famiglia di Christopher, dietro le apparenze borghesi, tra le mura domestiche), e mette continuamente in scena famiglie “alternative” molto più salde perché si basano semplicemente sulla spontaneità  dei sentimenti (Christopher e i due attempati hippies che vedono in lui un figlio ideale, Christopher e la “virtuale” famiglia che potrebbe metter su con la giovane Tracy, Christopher e il vecchio soldato che lo vuole adottare per il figlio che ha perso).

Diciamolo, il film di Penn è magnifico e magniloquente. Magnifico nel suo essere bigger than life e perché colpisce più di una volta lo spettatore visceralmente ed emozionalmente. Magniloquente perché si porta dietro quelli che sono sempre stati un po´ i difetti della regia di Penn: capisco il tema della natura, ma asciugare in parte i 148 minuti della pellicola gli avrebbe risparmiato un eccesso elegiaco che spunta in alcune parti e, pur essendo esemplare il percorso del nostro supertramp, qua e là  qualcosa poteva anche essere tagliato senza inficiare il tutto (l´incontro con gli squinternati turisti europei, ad esempio). Emile Hirsch (Christopher) è definitivamente cresciuto (lontani i tempi della Ragazza della porta accanto): nel tratteggiare la spontaneità  di un carattere simile c´è anche spazio per un trasformismo fisico degno del giovane De Niro. Risentiremo sicuramente parlare di Kristen Stewart (Tracy), la cui presenza è come un raggio di sole dopo una giornata di pioggia. Jena Malone è un po´ sottotono – ma, nella versione originale, la sua voce fuori campo aveva un ruolo più importante –, e Marcia Gay Harden e William Hurt sono funzionali ed efficaci per quanto stereotipati.

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