Scusa ma ti chiamo amore
Alex, 37 anni, pubblicitario con una bella carriera, e Niki, quasi diciott’anni, con il diritto sancito di divertirsi e di buttarsi nella vita a capofitto, possibilmente insieme alle amiche. Due vite che si scontrano improvvisamente: lui, in automobile, distratto dai suoi problemi (Elena, la sua compagna, lo ha lasciato senza un motivo); lei, sul motorino, con una guida fin troppo disinvolta. La ragazza rovina a terra, illesa. Non è lo stesso per motorino. Niki costringe Alex ad accompagnarla a scuola, e da questo momento i due cominciano una strana frequentazione, che finisce per diventare una storia d’amore, suggellata dall’approvazione dei reciproci amici. Quando sembra che tutto possa andare per il meglio (Alex festeggia il successo di una campagna pubblicitaria, dovuto anche all’apporto di Niki), Elena si ripresenta a casa di Alex, e l’uomo tronca la storia con Niki senza una spiegazione, tornando alle vecchie abitudini di trentasettenne convivente. Ma le sorprese non sono finite…
Ci sono una serie di ragioni valide per dimenticare l’opera che segna il ritorno di Moccia nei panni di regista cinematografico.
Andiamo con ordine: anzitutto la regia. Per due ore sembra di assistere a una puntata delle serie che hanno segnato l’adolescenza degli odierni trentacinquenni, come I ragazzi della terza C o I ragazzi del muretto. Grazie a Moccia si scopre che c’è qualcosa di peggio di un film televisivo. Ed è un film che sembra la televisione di 20 anni fa. Di peggio potrebbe esserci solo un ritorno agli sceneggiati Rai degli anni ’60.
Continuiamo con le fastidiose scritte in sovrimpressione, frasi prese direttamente dai Baci Perugina, che compaiono puntualmente ogni volta che uno dei personaggi in scena comprende un aspetto fondamentale dell’amore: in quei momenti si supera la sensazione di trovarci dentro una brutta fiction televisiva per arrivare alla certezza che stiamo guardando un immenso spot pubblicitario, dove (che coincidenza) tutti gli attori principali sono belli e alla moda.
Parlando poi degli attori, si ha la netta sensazione che siano capitati sul set per caso, e che nessuno li abbia diretti. Vi è una dicotomia evidente fra il gruppo di esordienti e quello dei professionisti; questi ultimi nulla possono contro le battute che sono costretti a pronunciare, e qualche volta sembrano autentiche caricature (vedere Francesco Apolloni e Luca Angeletti); chi invece non ha davvero una pallida idea di ciò che sta facendo sono le ragazze esordienti, perfino poco credibili come adolescenti. Michela Quattrociocche (che interpreta Niki) è decisamente la peggiore, si mangia con gusto ogni parola che pronuncia e riesce ad essere così antipatica in qualunque momento, da farci chiedere seriamente (e nonostante gli illustri precedenti nabokoviani e, cinematograficamente, kubrickiani) ‘Per quale motivo ci si dovrebbe innamorare di lei?’
A rendere questa storia inguardabile, inoltre, c’è l’impressione continua che gli eventi siano stati messi insieme a casaccio, solo perché in sceneggiatura è necessario che ci siano una serie di snodi. E alcuni di essi sono assolutamente pretestuosi, come l’improvviso incidente di un’amica di Niki (sembra che un incidente sia inevitabile, nei film che parlano di adolescenti), o la presenza di una voce off del tutto estranea alla storia, che compare nei momenti topici sotto forma di fascinoso investigatore privato che indaga sui movimenti amorosi dei protagonisti.
Scusa ma ti chiamo amore è l’adattamento di un romanzo. L’impressione che si ricava guardandolo è proprio che l’autore non sia riuscito a gestire il diverso media con cui ha cercato di raccontare la storia di Alex e Niki, e questo problema si sente per tutta la durata del film.
Non sarà il caso, la prossima volta, di tornare a sedersi in un angolo e sopportare pazientemente il lavoro sia di un regista vero, sia di uno sceneggiatore che abbia almeno una minima cognizione del termine?
Trackback
RSS Feed
Non ci sono commenti!