American Gangster
Posted by Marco Cavalleri | Posted in Cinema | Posted on 20-01-2008
Tag:American, Braccio-violento, Crowe, Gangster, Padrino, Scott, Washington
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New York, 1968. Frank Lucas è stato il fido guardaspalle di Bumnpy Johnson, gangster re di Harlem, l´unico che gli si è trovato accanto nel momento della morte per infarto. Logico che, sia pur con qualche contrasto , la successione tocchi a lui. Ma Frank vorrebbe qualcosa di più di quanto gli è stato lasciato. L´occasione gli è offerta dalla guerra del Vietnam che impazza sugli schermi televisivi: approfittando del caos generale e di un cugino a Bangkok si mette a importare droga direttamente dal Triangolo d´Oro, saltando tutti gli intermediari e mettendo in stallo la mafia italiana fin lì padrona del gioco. In breve tempo la sua ascesa si fa inarrestabile. Ma sulla sua strada si mette per caso Richie Roberts, sbirro dalla vita privata indifendibile ma onesto fino al masochismo (basti dire che restituisce un milione di dollari trovato per caso durante un pedinamento). Tra i due inizia un gioco a rimpiattino che potrà avere un solo vincitore…
American gangster, ultima fatica di Ridley Scott, è stata gratificata in USA da buoni incassi e da un notevole consenso critico, tanto da far prevedere che la prossima notte degli Oscar lo vedrà tra i protagonisti. E, va detto, la pellicola è di quelle che si guardano volentieri nonostante un metraggio ai limiti dello sfibrante (158´). Ma, pur nella godibilità del titolo, resta il rimpianto di un´occasione in parte perduta. Intendiamoci, Scott è un regista ampiamente disuguale (sembra strano pensare che sia contemporaneamente l´autore di Blade Runner e di Un´ ottima annata) ma sicuramente dotato di senso del cinema. E ha la capacità , come in questo caso, di radunare intorno a sé cast stellari (Washington e Crowe, impegnati in gara di bravura) e collaboratori tecnici da urlo, con un Harris Savides direttore della fotografia in grado di buttarsi direttamente nella fotografia livida e bluastra tipica di tanta exploitation dei seventies e un montatore come Scalia, già pluripremiato dall´Academy, che raggiunge lo zenit di una carriera leggendaria. Peccato che a non convincere del tutto sia la sceneggiatura, di uno Steve Zallian che sembra man mano perdere sempre più terreno rispetto all´exploit di Schindler´s List. Vero che non era facile far convivere due mostri sacri, cercando a occhio di dare lo stesso numero di primi piani a entrambi. E vero anche che, lodevolmente, qualche tentativo di metadiscorso (in una guerra di regole e codici perde chi per primo non le rispetta: e così l´inizio della rovina di Lucas, sempre attento a rimanere nell´ombra, sarà un clamoroso cappotto di cincillà esibito in un´occasione pubblica) viene pure avanzato. Ma, di fatto, la sceneggiatura resta piuttosto amorfa, pronta a replicare i cliché del genere – segnatamente quelli di due capofila come Il braccio violento della legge e Il Padrino – ma incapace di infondere loro nuova linfa. E così, se l´interesse per il reprobo aumenta, quello per il poliziotto diminuisce man mano; e non basta il bel sottofinale in cui i due si trovano per la prima volta faccia a faccia a riscattare l´impressione del “già visto e meglio”. Divertente, e tra i rari titoli dell´anno in grado di non far guardare l´orologio. Può bastare. Ma c´era l´occasione di rimanere nella storia, e quella va persa.


