Lame e polvere da sparo
Posted by Tullio Di Francesco | Posted in Cinema vintage | Posted on 03-01-2008
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Nella scelta tra un´arma da taglio e una da fuoco, direi, sussiste una sorta di distinzione etica e morale. Fin da quando un nostro antenato fece la scoperta dell´arma (e perché non immaginarcela come in 2001: Odissea nello spazio di Kubrick?), lo iato tra la micidiale estensione di un braccio belluino e le astronavi del duemilaeuno ormai già repertorio da inventariato è stato colmato da una costante escalation nell´uso di armi sempre più perfezionate e letali, tanto da sconvolgere e rivoluzionare la forma mentis delle epoche spesso molto più di quanto abbiano fatto la cultura o l´arte. Se si pensa che una delle principali cause del veloce trapasso del codice cavalleresco in Europa nel passaggio da un´era feudale ad un´altra proiettata verso il progresso del commercio borghese è da imputare in buona parte anche all´introduzione della polvere da sparo, dopo che il suo uso era già conosciuto da secoli in Cina, è possibile allora stabilire un´equazione tra progresso tecnologico e perdita del senso dell´etica, quasi che il costante disimpegno del corpo a favore delle sue (in)naturali protesi comporti un´inevitabile distrofia dello spirito e del valore? (Già Ariosto ne era convinto, tanto da infilare nell´Orlando furioso una filippica contro l´arma da fuoco come invenzione del diavolo.) E, ancora, scegliere un´arma da fuoco che permette di colpire a distanza stando al riparo, è più o meno nobile che scegliere la spada, la quale invece obbliga ad uscire allo scoperto con il solo scudo del coraggio (o dell´incoscienza)?
L´umanesimo kurosawiano non sembra aver dubbi in proposito, tanto che quando nei jidai-geki (i film in costume) di Kurosawa appare un´arma da fuoco, essa è sempre associata a un´idea di vigliaccheria o, in ogni caso, ad un valore negativo. Non è un caso che tutti e quattro i samurai uccisi nella strenua difesa del villaggio contadino nel capolavoro di epica picaresca che è I sette samurai (1954) vengano colpiti a tradimento da colpi d´archibugio sparati dai briganti, massa indistinta contrapposta alla minuziosa descrizione dei rapporti tra samurai e contadini.
E nelle faide mafiose di origine hammettiana tra mercanti di seta e di sakè della Sfida del samurai (1961), l´arma da fuoco – vigliaccamente fatta apparire da sotto un kimono – appartiene al cattivo e mellifluo Unosuke, finché Sanjuro (un Toshiro Mifune premiato con la Coppa Volpi al festival di Venezia)
non riporta la quiete con l´aiuto di una micidiale katana, di un coltello e della sua insuperabile astuzia. D´altra parte i paradossi pirandelliani dell´espressionista Kagemusha (1980) non si sarebbero potuti innescare senza un altro colpo d´archibugio traditore, questa volta sparato da un oscuro fuciliere all´indirizzo del capo del clan Takeda. Così come la sottile distinzione che intercorre tra ordine e caos deistico è fatta precipitare da un ennesimo sparo traditore che pone fine al clan di Hidetora, uccidendo il buon figlio Saburo e facendo impazzire il vecchio patriarca, nel tour de force di impressioni¬smo pittorico e furore drammaturgico shakespeariano di Ran (1985). Ma le cose non cambiano anche se si prendono in considerazione i gendai-geki (i film di ambientazione contemporanea) di Kurosawa.
I dostoà«vskiani sensi di colpa di Murakami, il poliziotto protagonista di Cane randagio (1949), nascono dal furto della sua pistola d´ordinanza e si cristallizzano in una lenta discesa nei torridi bassifondi della Tokyo del secondo dopoguerra, con un pretesto che sarà poi ripreso anche dall´americano Squadra omicidi, sparate a vista! (1968) di Don Siegel. E il movente della struggente morte del piccolo Dersu Uzala nell´omonimo film del 1975 è proprio un bel fucile da caccia che l´amico Arsenà«v aveva ceduto come dono d´addio, e che però ha fatto gola a qualche sbandato malintenzionato.
Per l´umanista Akira Kurosawa, campione di kendo in giovane età e grande cultore della tradizione giapponese (anche se in patria ritenuto troppo occidentale), non poteva esserci esempio più sentito e sintomatico di come una cultura (quella animista del piccolo cacciatore) debba cedere il passo all´avanzata del progresso.
Gli stessi problemi sembrano nascere anche in America, paradossalmente la nazione per antonomasia dell´arma da fuoco. E chi meglio di John Milius ha saputo mutuare l´esempio dell´”imperatore giapponese” raggiungendo un´originalità estetica assolutamente autonoma? Totalmente alieno ai comfort della società contemporanea, questo barbaro alla corte di Hollywood ama seppellire i suoi risparmi nel deserto attorno a Los Angeles, mangia carne solo se prima l´ha uccisa con le sue mani, e non conclude mai un contratto senza un incentivo materiale, meglio se un fucile o una spada, per recuperare l´antico valore del baratto – dice lui. Nel Vento e il leone (1975), uno dei maggiori esempi di repertorio avventuroso degli anni Settanta, lo sceriffo berbero Raisuli è il portavoce della nostalgia per l´epica e testimone dello strapotere politico delle superpotenze:
«Io vorrei combattere contro le armate europee, ma loro non combattono da uomini, combattono da cani. I veri uomini combattono con la spada, per potersi guardare negli occhi! Certe volte questo non è possibile, allora combattono con i fucili. Ma adesso gli europei usano fucili che sparano senza fermarsi mai e dilaniano la terra, e non c´è onore in questo: non è un combattimento questo». Raisuli trova un adeguato deuteragonista nel presidente degli Stati Uniti Theodore Roosevelt, che al culto per la spada gli contrappone la predilezione per il fucile a ripetizione Winchester. I due sono entrambi grandi figure solitarie, nemici solo nominalmente, che in realtà si ammirano e si stimano segretamente, sebbene l´oceano che li separa non permetta loro di incontrarsi mai. E alla fine, nelle parole che spedisce al presidente oltreoceano, Raisuli è capace di riassumere la differenza che passa tra dovere politico e dovere etico, tra chi è costretto ad essere solo in funzione della Storia o di una carica e chi, appunto, può permettersi soltanto di essere: «A Teodoro Roosevelt: tu sei come il vento, ed io come il leone.
Tu crei la tempesta, la sabbia punge i miei occhi e la terra è arsa. Io ruggisco e ti sfido, ma tu… non mi senti. Però fra noi c´è una grande differenza: io, come il leone, devo rimanere al mio posto. Tu, come il vento, non sai mai quale sia, il tuo posto».
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