L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford
Posted by Tullio Di Francesco | Posted in Cinema | Posted on 29-12-2007
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La banda di Jesse James è allo sbando. Per le sue rapine il celebre fuorilegge deve ricorrere a rubagalline raccogliticci, nessuno che valga un soldo bucato, tutti pronti a tradirlo per la taglia che pesa sulla sua testa. Gli unici con i quali Jesse instaura un rapporto più complesso sono i fratelli Ford, Charley e Robert. Quest´ultimo, il più giovane, nutre fin da bambino un´autentica ossessione per il bandito: colleziona e legge tutti i romanzi pubblicati su di lui, ne cerca il consenso, lo imita in pose e atteggiamenti. Anzi, piuttosto che essere come lui, vorrebbe essere lui. Jesse, però, è ombroso, sospettoso, incline ad attacchi d´ira repentini per quanto violentissimi, il loro è un rapporto d´amore e odio che oscilla continuamente tra paura, prevaricazione e rancore. È quasi un atto di legittima difesa e liberazione quello che porta i due fratelli (Robert, nello specifico) a sparare alle spalle al loro compagno. L´assassinio e la conseguente fama, però, non porteranno fortuna ai due fratelli Ford…
Qualche mese fa, dal Festival di Venezia, si sconsigliava a tutti coloro che il western lo amano classico e preferiscono vedere un bandito morto e sepolto nel tempo in cui Sergio Leone sta ancora facendo scorrere i titoli di testa (il western alla Hawks, insomma), si sconsigliava di andare a vedere questo L´assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, film prolisso già dal titolo e asciugato alla bellezza di 155 minuti dopo essere passato per le forche caudine di un´infinità di montaggi alternativi richiesti dai produttori (tremiamo già per le numerose versioni “filologiche” che usciranno sul mercato dell´home video…). Si scriveva, inoltre, che “il film è sicuramente interessante ed intenso, più che bello o coinvolgente”. Con il senno di poi e dopo averlo lasciato decantare non si può che riconfermare quanto detto, ma con la postilla che la pellicola di Andrew Dominik – che deve avere un po´ il chiodo per i malviventi: il suo primo lungometraggio, Chopper, era incentrato sulla figura del criminale australiano Chopper Read – non vuole e non può essere coinvolgente. Non siamo dalle parti di Kevin Costner, per intenderci, e L´assassinio di Jesse James è la prova del nove che il cinema dell´epopea della Frontiera, con i suoi assiomi morali e la contrapposizione Deserto/Civiltà , è definitivamente morto (non lo ha dimostrato anche Quel treno per Yuma di James Mangold?) e che l´unico modo di parlare del West è ritagliandolo nella finestra dello schermo, in una dimensione metacinematografica, intrattenendosi non più sul contenuto ma sulla rappresentazione della sua messa in scena. Lo sguardo autoriale di Dominik è l´unico naturalmente possibile, oggi, dopo l´aggiornamento di tematiche e stile narrativo nel cinema degli ultimi decenni; è inevitabile, quindi, che riprenda il discorso lasciato in sospeso da Terrence Malick e Michael Cimino e arricchisca nel suo modo calligrafico, estetico e psicologico quello che precedentemente avevano trattato con diversa verve registi come Henry King, Samuel Fuller, Fritz Lang, Nicholas Ray e Walter Hill. È, inoltre, – e questo sia detto con grande rispetto per l´”esordio” di Dominik – come se fosse nato un nuovo Paul Thomas Anderson che, invece di dedicarsi al main stream, si sia buttato sul cinema di genere (sarà infatti interessante confrontare questo film con l´imminente There Will Be Blood).
Rimangono gli altri tre aggettivi di cui si diceva (interessante, intenso e bello). Una bellezza contrappuntata di tempi lunghi, effetti flou e straniamento, squarci lirici su un paesaggio misterioso e criptico, sguardi stuporosi e dialoghi stralunati proferiti da disadattati del tessuto sociale; con una voce off che congela la materia in un´analisi distaccata e autoptica che è, appunto, quella della Storia vista con il senno di poi. Il fermo immagine finale, ancora una volta, rimanda al mortifero raggelamento della stessa già presente in Barry Lindon. Interessante per come il West è ricondotto alla sua dimensione di società dello spettacolo, con la sua capacità affabulatoria e il suo consumismo del divismo, anche con l´esibizione, il più delle volte macabra (come i cadaveri esposti al pubblico), degli stessi feticci adorati; e per come, in fin dei conti, il film di Dominik possa essere letto come un´opera sui reduci di guerra (Jesse James come un taxi driver ante litteram?) e, in questo senso, ricollegarsi alla vena polemica sulla guerra irachena che in questo momento imperversa a Hollywood (Redacted di De Palma, In the Valley of Elah di Haggis e Leoni per agnelli di Redford). Intenso per la bravura del trio protagonista (Brad Pitt/Jesse James, Casey Affleck/Robert Ford e Sam Rockwell/Charley Ford). Alla Mostra del Cinema ci si augurava che la Coppa Volpi toccasse a uno di loro, oppure non c´era giustizia al mondo. Poi la cronaca ha dimostrato che almeno un po´ ne esiste, premiando Brad Pitt (anche se il favorito era stato fino all´ultimo Affleck). Sempre con il senno di poi, però, avremmo preferito che il premio fosse stato assegnato ex aequo al terzetto: è la bravura di ognuno di loro che fa risaltare quella degli altri. Vedere la versione originale (non quella doppiata) per credere!
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Complimenti per la rece…davvero bella..io trovo che al contrario diMalik e del Mann di Miami Vice (per l’uso del tempo )Dominik abbia la tendenza a specchiarsi nelle immagini che produce..un po come fa Pitt James nella scena centrale del film nello specchio di acqua ghiacciata, novello Narciso di una stirpe di belli e dannati…
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