Il mistero delle pagine perdute
Benjamin Gates ha un problema spinoso da affrontare: riabilitare di fronte alla nazione la reputazione della sua famiglia (e voi pensavate che i vostri fossero problemi?!). Nuovi documenti resi pubblici dal fantomatico Mitch Wilkinson dimostrerebbero che un suo avo aveva addirittura organizzato il complotto in cui John Wilkes Booth uccise il presidente Lincoln. Alla base di tutto stanno delle pagine strappate da un taccuino che rivela il posto in cui è sepolta la mitica città d’oro di Cibola. È questa che Ben deve trovare se vuole riuscire nella sua impresa, ma prima deve rapire l’attuale presidente degli Stati Uniti per carpirgli i segreti contenuti in un misterioso libro destinato ai soli governanti del Paese, e battere sul tempo Wilkinson, anch’egli interessato a Cibola, che però sembra sempre un passo avanti a Ben…
Ebbene sì, Benjamin Franklin Gates è tornato… e, in sei parole, non se ne sentiva la mancanza! C’è un solo motivo per vedere questo polpettone dall’improponibile lunghezza di due ore e sei minuti: la faccia di pietra di Ed Harris (Wilkinson) che non sembra ancora uscito dal cronenberghiano A History of Violence. Ma per vedere lui dovrete assistere a:
- il ben noto “attore” con la faccia da vitello tonnato che risponde al nome di Nicolas Cage – oramai è certo che il nome gliel’ha imposto lo zio Coppola che voleva che niente potesse accomunarli –, il quale recita la parte di uno che dovrebbe essere intelligente e che rende sempre più palese che l’unico mistero, qui, è come gli abbiano potuto dare un Oscar;
- l’attore un tempo noto come Jon Voight che deambula come un fantasma sbigottito e pronuncia chicche come, dopo che il figlio ha annunciato: “Devo rapire il presidente degli Stati Uniti”,: “Oh, andiamo, sono tuo padre! Non ti permetterò di fare una cosa simile!”;
- Helen Mirren che, non volendo dimostrare di saper soltanto recitare bene come in The Queen, ha pensato di dare una lampante dimostrazione di cosa vuol dire demenza senile e si è buttata in quest’impresa (insomma, non se ne salva uno della famiglia Gates: figurarsi quando ci presenteranno zii, cugini e nipoti);
- l’ombra di Harvey Keitel che assomiglia in tutto e per tutto all’ombra di Harvey Keitel;
- la bionda Diane Kruger perché una bionda ci deve sempre essere;
- la sacra trimurti Turteltaub-Bruckheimer-Rabin: regista incolore il primo, produttore fracassone il secondo, musicista altrettanto fracassone il terzo. Dicono che i tre vadano d’amore e d’accordo insieme, e infatti i risultati si vedono sullo schermo: la formula perfetta del nulla messo per immagini;
- citazionismo e immaginario mitopoietico fermo al cinema degli anni Ottanta, da una parte, e dall’altra patriottismo machistico che farebbe quasi tenerezza se non fosse così involontariamente ridicolo;
- un improbabile gemellaggio franco-americano che lascia perplessi su chi dare la palma dell’imbecillità ad’origine controllata, se ai francesi o agli americani;
- la terrificante minaccia della prospettiva di un terzo capitolo – dato già per certo.
A conti fatti, poteva anche andare peggio: poteva piovere. E sicuramente sarà una pioggia di soldi quella che benedirà gli incassi di questa alternativa natalizia al nostrano Vacanze in crociera. D’altra parte si sa che a Natale quello che frequenta le sale cinematografiche è un pubblico di bocca buona, e saranno molti gli avventori caciarosi che affolleranno le poltroncine. Per cui, da parte nostra, il consiglio è quello di aspettare tempi meno festivamente sospetti o infilarsi in qualche sala d’essai: da qualche parte un film d’autore dovrà pur esserci. Sicuramente ne guadagneranno la testa e la tranquillità. Cos’altro mi resta da dirvi? Buone visioni di Natale e un Felice 2008 a tutti.
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