Irina Palm
Maggie è una rispettabile vedova di mezza età un po’ tracagnotta, indossa sempre un paio di stivali e un paltò con i quali deambula per le strade, è amica delle pettegole del villaggio, madre di un giovane rappresentante della modesta classe lavoratrice inglese, suocera di una bionda nuora che a malapena la sopporta e nonna di un bel bambino che, purtroppo, soffre di una rara malattia forse curabile solo con una costosa cura in Australia. È che ormai Maggie e i suoi cari hanno venduto la casa e tirato la corda più che possono, le banche non scuciono più il becco di un quattrino e per loro è impossibile trovare i soldi per la cura. Bisognerebbe che anche Maggie si trovasse un lavoro, ma alla sua età chi mai potrebbe assumerla? È quello che sembra chiedersi anche lei quando, scoraggiata dai continui rifiuti, un giorno trova il coraggio di entrare in un locale a luci rosse di Soho in cerca un’“hostess”. Per quanto perplesso, il proprietario, un immigrato slavo, si accorge della morbidezza dei palmi delle sue mani e decide di metterla alla prova: dietro una parete con un unico piccolo foro, nascosta agli avventori, Maggie dovrà specializzarsi in veloci “lavoretti di mano”. Nasce così la leggendaria Irina Palm e le file davanti al buco si fanno sempre più lunghe…
Se non lo aveste ancora fatto, il consiglio più caloroso che vi si possa dare in questo freddo Natale è di ritagliarvi un po’ di tempo in mezzo alle compere natalizie per entrare al cinema e assistere, grazie all’intercessione della mai troppo lodata Teodora Film di Vieri Razzini che già in passato ci ha presentato molti titoli interessanti, a quella che sicuramente è una delle pellicole più interessanti e divertenti di questo scorcio di stagione, centomila volte meglio delle solite sòle che ci vengono propinate nel periodo natalizio: Irina Palm di Sam Garbarski. Senza voler esagerare come è stato fatto al festival di Berlino, dove il film è stato presentato e, si dice, omaggiato con una standing ovation di dieci minuti, bisogna riconoscere che la pellicola, presentata nel frattempo anche al Torino Film Festival e che sta raccogliendo un po’ dappertutto critiche entusiastiche, è un perfetto esempio di commedia di costume che fustiga i perbenismi ancora imperanti nel mondo a cavallo tra piccola borghesia e proletariato non solo inglese e che, contemporaneamente, sa anche – cosa che non guasta – toccare il cuore grazie ad una mestizia di fondo sottolineata dalla lente dissolvenze, e alla sua icastica ironia nonostante un tema tuttaltro che morigerato.
Della sua filiazione kenloachiana, data l’ambientazione urbana, il sostrato sociale e perfino un accenno di guerra di classe, già si è detto altrove. Piuttosto ci piace far rilevare come il film giochi sulla contrapposizione essere/apparire, non certo in maniera meramente edonistica come si poteva intendere magari negli anni Ottanta, ma in un’opposizione che è tipica dell’immaginario sessuale, dove si combatte costantemente una battaglia tra fantasia e realtà, tra oggetto del desiderio e oggetto reale. Qui, come nella migliore tradizione del rovesciamento comico, il mercato del sesso è elemento catartico capace di far ritrovare agli individui il loro vero valore. L’aspetto triviale è semmai quello della clientela (un lapsus stava per farmi scrivere “pubblico”) che corre a consumare lo sbrigativo atto sessuale immaginandosi la più stupenda donna dei propri sogni oltre la parete, non immaginando nemmeno lontanamente quale possa essere la realtà. Ed è solo quando Maggie riesce ad accettarsi come Irina Palm che riesce a trovare finalmente la radice più profonda di se stessa, a farsi guardare con occhi nuovi dal figlio e dalla nuora (non dal bambino: il nipote ha sempre saputo quanto stupenda è la sua nonna), a guardare sotto l’apparenza dell’amicizia di comodo delle “amiche” pettegole – da una delle quali è stata pure cornificata – che attribuiscono importanza soltanto alla finzione del decoro. Sintomaticamente, l’unico capace di vedere oltre il velo dell’apparenza è proprio Miki, il drop out proprietario del sexy show (interpretato con quella che è la seconda felice intuizione del casting da Miki Manojlovic, l’attore feticcio di Emir Kusturica), che nelle fattezze di Maggie riconosce la vera sembianza di Irina Palm (lui che ha creato il nome perché è esotico e perché, la prima volta, l’ha fatto con una Irina).
Invece la prima felice intuizione del casting da parte di Sam Garbarski, giovane regista al suo secondo lungometraggio dopo Le tango des Rashevski, è stata quella di scegliere come protagonista Marianne Faithfull, senza la quale il film non avrebbe senso. Oggi Marianne, come Maggie, è una signora di mezza età, ma un tempo è stata la musa della cultura della Swingin’ London, della Nouvelle Vague francese e del Free Cinema inglese, amante di Mick Jagger e, come lui, delle droghe leggere e pesanti, cantante sia sui palchi dei concerti che su quelli teatrali. Insomma, più Irina Palm della stessa Irina Palm!
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