PARANOID PARK
Posted by Marco Cavalleri | Posted in Cinema | Posted on 09-12-2007
Tag:Amarcord, Cannes, premio, Quasimodo, Rota, skateboard, Van-Sant
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Portland, ai giorni nostri. Il sedicenne Alex non se la passa troppo bene: figlio di genitori divorziandi e assillato da una fidanzatina molto più ansiosa di lui di perdere la verginità , trova la sua unica consolazione nello skateboard. Normale quindi che cominci a frequentare il Paranoid Park, spazio attrezzato rifugio non solo di fan della tavola a rotelle ma di spostati vari. Ma una notte, una bravata come un´altra – saltare su un treno merci in movimento – lo conduce a provocare la morte accidentale di una guardia ferroviaria. Mentre le relative indagini sembrano convergere su di lui, Alex viene lasciato solo col dilemma se confessare o no…
Paranoid Park, ultima fatica di Gus Van Sant, ha ricevuto il Premio Speciale per il 60° anno del festival di Cannes. Riconoscimento apparentemente un po´ forzoso: ma probabilmente utile a premiare un film meritevole senza ripetere la Palma d´ Oro già toccata ad Elephant. E, qualunque ne siano le motivazioni, assolutamente meritato: in una stagione cinematografica fin qui avara di titoli importanti, il film del regista di Portland è di quelli da vedere e meditare. Non foss´altro perché, pur utilizzando un modulo narrativo ampiamente sperimentato dal cinema – la storia di adolescenti problematici e in qualche modo ribelli al sistema – giunge alla descrizione di un “vuoto di senso” tanto più rabbrividente quanto più immediatamente, obiettivamente riconoscibile come reale: quasi una conferma anticipata ed estesa a tutto l´Occidente della “società poltiglia” identificata dall´ultimo rapporto del Censis. In apparenza una vicenda di delitto e castigo, come riconosciuto dallo stesso Van Sant: ma dove il delitto non è tale, trattandosi di una terrificante ma banale disgrazia, e il castigo tutto da verificare. In mezzo adolescenti lasciati allo sbaraglio e privi di punti di riferimento tanto parentali (i genitori appaiono letteralmente di schiena o sfuocati, troppo impegnati a risolvere i propri problemi per poter svolgere il ruolo di educatori) quanto societari, tranne che negli aspetti più propriamente punitivi (e non a caso l´unico adulto a ritagliarsi uno spazio concreto è il detective che indaga sulla morte del ferroviere). Dicotomia a ben vedere presente già nel capostipite del genere, Gioventù bruciata di Ray: ma con la differenza, allarmante, che qui non si può far conto nemmeno sui coetanei, schiacciati in un individualismo fatto di consumismo e di replica coatta dei comportamenti adulti (la scena in cui Jennifer, appena finito di far l´amore per la prima volta con Alex, telefona immediatamente all´amica per raccontare com´è andata vale da sola un trattato sociologico). Il rimorso di Alex per l´accaduto, anziché occasione di riconoscimento delle proprie responsabilità e accettazione delle conseguenze come in Dostoevskij, diventa allora necessariamente fatto privato e incomunicabile se non con l´artificio di un diario: ma un diario da non mostrare a nessuno di cui non ci si fidi, come gli suggerisce l´amica Macy, escludendo ipso facto tutto quanto esula dal loro rapporto. E se il finale aperto può lasciare dei dubbi sulla punizione del delitto, non ne lascia alcuno sul fatto che il castigo sia già stato comminato. La costruzione narrativa giocata su flashback e flashforwards dimostra in modo lampante che tutto, più che semplicemente già accaduto, era già dato in partenza: e i “problemi più importanti” cui pure il ragazzo ha cercato confusamente di dare un volto restano lì, irrisolti e irrisolvibili in un mondo dove, per dirla con Quasimodo, ognuno sta solo sul cuor della terra.
Girato alternando pellicola normale e superotto (e un bravo oltre che al regista va anche al direttore della fotografia Christopher Doyle), con uno score musicale meditatissimo che spazia dal rock alla classica al Nino Rota di Amarcord e interpretato in modo stupefacente da attori rigorosamente non professionisti (è già leggenda che il casting sia stato fatto tramite l´utilizzo del sito My Space), Paranoid Park è un ulteriore conferma del talento di Van Sant: ed è in qualche modo un grido d´allarme. Tanto più disperato quanto più cosciente della sua stessa inutilità . Impedibile.


