L’età barbarica
Posted by Davide Verazzani | Posted in Cinema | Posted on 06-12-2007
Tag:Canada, Denys-Arcand, Diane-Kruger, Il-declino-dellimper-americano, Le-invasioni-barbariche, Letà -barbarica, Marc-Lebreche
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Jean-Marc è un quarantenne canadese di aspetto anonimo, con una bella moglie, due graziose figlie adolescenti, una casa che sembra un castello in un quartiere residenziale di alto livello e un lavoro sicuro in una struttura pubblica. In teoria, il massimo che si potrebbe desiderare. In realtà , un incubo: la moglie, agente immobiliare d´assalto, non lo degna di uno sguardo neppure quando lui chiede aiuti o consigli, le figlie lo ignorano e preferiscono giocare ai videogame o ascoltare musica a tutto volume con l´IPod, al lavoro viene di continuo schiavizzato da una responsabile senza cuore, ed è costretto a fumare di nascosto con un paio di colleghi e ad ascoltare le lagnanze di cittadini vessati dalla pubblica amministrazione. Così, Jean Marc, che un tempo era stato un attivista politico, un giornalista in erba e un musicista rock, si rifugia in un mondo fatto di sogni e popolato di donne bellissime che gli cadono ai piedi e di esibizioni di coraggio. Finchè la madre malata muore, e Jean-Marc si trova costretto a tornare, da solo, nel cottage in riva al mare dei suoi genitori. Sarà lì, a contatto con una natura riscoperta e con la semplicità dei gesti, che ritroverà se stesso in una nuova dimensione.
L´età barbarica (furbetta traduzione del ben più efficace L´age du tenebres) è il termine di un ideale trittico con cui il regista canadese Denys Arcand ha ritratto il declino di una società che corre, inconsapevole, verso l´autodistruzione. E se nei precedenti Il declino dell´impero americano e Le invasioni barbariche rimaneva ancora una fiammella di speranza nella possibilità di costituire una sorta di “cenacolo di eletti” con cui affrontare serenamente le pene e le delusioni, qui sembra di capire come l´unica consolazione sia la solitudine, e un ritorno a una vita bucolica in cui il senso sia scandito dal semplice atto di concimare un campo o di sbucciare una mela. I barbari sono tra noi, sembra dire Arcand, e non vi è scampo. L´unica uscita di sicurezza è nei sogni. Quelli che Jean-Marc (splendidamente interpretato dall´attore teatrale e televisivo canadese Marc Lebreche)si inventa nei momenti più disparati e che rischiarano una giornata altrimenti noiosa e banale: mentre si fa la doccia (strepitosa la scena d´amore con un´immaginaria Diane Kruger), o mentre è fermo in un´interminabile colonna di automobili guidate da persone sempre più isteriche e urlanti, oppure al lavoro, mentre affastella gesti di ordinaria inutilità . Oppure quelli che cercano una strada verso una realtà , come accade in una strampalata messinscena medievale, dove un vigile urbano diventa un invasato S.Bernardo predicatore della crociata contro gli islamici, e un´affascinante donna vestita da principessa di Savoia (e incontrata dal protagonista a uno speed date in un locale pochi giorni prima) diventa il dono riservato al vincitore di un pericoloso torneo. In entrambi i casi, vince la rinuncia a un mondo incomprensibile, in cui le nostre esistenze si sono avvitate fino a diventare troppo complicate e non c´è spazio per la semplicità dei sentimenti o per la condivisone delle emozioni. Siamo senza risposte, e a volte anche le nostre domande appaiono difficili. E rimaniamo in balìa di un´emotività primitiva, che ci fa guardare al nostro interesse personale, meschino e privato, e ci fa considerare la prevaricazione come un atto legittimo. Le nostre vite sono talmente avviluppate che, quando ne viene a mancare l´oggetto primario (nella fattispecie, quando Jean-Marc viene lasciato dalla moglie e, una volta solo, potrebbe riprendere possesso della propria esistenza), i nostri sogni non ci servono più e l´unica cosa che veramente desideriamo è possedere nuovamente quel fattore di negatività che, con tanta fatica, abbiamo lasciato andare via.
Arcand condisce la vicenda con i consueti dialoghi scoppiettanti, ma poco può fare di fronte alla disamina spietata dell´inevitabile caduta verso un medioevo fatto di dolente accettazione. L´età barbarica è forse il suo film più cupo, che mostra in tutto il suo orribile splendore il disgusto verso un´epoca in cui il passato glorioso è definitivamente tramontato e il futuro è un´ipotesi da costruire giorno per giorno con sempre maggiore fatica. La speranza è quella di avere la forza e la possibilità di inventarsi un nuovo inizio, circondati da persone semplici con cui scambiare poche parole di cortesia. E nonostante questo, lo sguardo è velato dal rimpianto, e le nuove abitudini rimangono come sospese a mezz´aria, in un´atmosfera anch´essa troppo simile ai sogni che si sono lasciati alle spalle. Oppure, coeva (come nell´ultima, splendida inquadratura) a un´immobile natura morta.


