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Mein Fuhrer

Posted by Davide Verazzani | Posted in Cinema | Posted on 23-11-2007

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meinfuhrer Mein FuhrerInverno del 1944. Hitler è stanco e malato: la guerra volge al peggio, il mal di fegato si fa sentire e niente sembra rimasto di quell´incantatore di folle che pochi anni prima aveva spinto una nazione intera a una specie di guerra santa. Il fido Goebbels, preoccupato per le sorti della nazione, organizza un discorso in occasione del Capodanno del 1945, che si terrà  in una Berlino semi-distrutta dalle bombe, ma Hitler, chiuso nelle stanze della Cancelleria e apparentemente ignaro delle sorti negative del conflitto, non ne vuole sapere. L´unico che può farew qualcosa per lui è Adolf Grunbaum, il suo vecchio insegnante di recitazione. L´unico problema è che Grunbaum è ebreo, ed è internato con la famiglia a Sachsenhausen. Goebbels lo fa prelevare, e gli dà  5 giorni di tempo per riportare Hitler ai fasti di un tempo. Cinque giorni con il dittatore in cambio della libertà . Ma dietro l´apparente servilismo Goebbels cela un piano diabolico…

Dopo la farsa sull´ortodossia di Zucker, Dani Levy punta in alto e decide di rappresentare ciò che per ogni ebreo è il Male Assoluto; naturalmente lo fa con le dovute maniere, utilizzando il piglio ironico che meglio gli si addice ed enfatizzando gli aspetti umoristici della vicenda anziché quelli tragici. Prendendosi molte licenze rispetto alla realtà  dei fatti (a partire dalla figura di un Goebbels, distorta fino a farlo diventare un raffinato congiurato, per giungere a un goffo e macchiettistico tentativo di golpe), Levy tenta in questo modo di evitare il confronto con la Storia, puntando sul divertissement intelligente più che sulla denuncia o sul rigore storiografico. Se l´intento era quello di divertire, bisogna ammettere che l´inventiva di Levy è notevole, e in qualche misura appaga la visione. Ma purtroppo non basta: l´enormità  della figura hitleriana non si presta di per se stessa ad una rappresentazione neutra, e la sua ridicolizzazione è talmente enfatica che a volte fa pendere la bilancia dell´immedesimazione nei suoi confronti. Pur nato con tutt´altri intenti, un film come La caduta, con la sua serietà  formale e la sua curialità  espressiva, è forse il modo migliore per rendere giustizia all´orrore nazista; per qualsiasi altro tipo di approccio, o si ha la genialità  del Lubitsch di Vogliamo vivere (e del conseguente rifacimento di Mel Brooks, Essere o non essere ) e dell´inarrivabile Chaplin de Il grande dittatore, o è meglio astenersi. Nonostante il lodevole sforzo degli interpreti (fra cui uno strepitoso Ulrich Muhe nei panni di Grunbaum, purtroppo alla sua ultima interpretazione prima dell’improvvisa morte), che si sforzano di entrare in personaggi dai panni più grandi dei loro, il film si trascina in una serie di scenette “telefonate” (la rabbia di Hitler verso gli ebrei, il pianto liberatorio del Fuhrer, il ricatto di Grunbaum a Goebbels, e così via) che, anche quando vorrebbero far riflettere (come la passeggiata berlinese notturna in solitaria di Hitler) non hanno il necessario mordente. E quando alla fine assistiamo a un Hitler che cerca coccole nel letto di Grunbaum, addormentandosi fra lui e la moglie, la misura è ormai colma. L´andamento in flash-back della pellicola non emoziona granchè, e l´immagine di Grunbaum sotto il palco del discorso, così drammaticamente simile all´ultimo fotogramma di Train de vie, non basta a risollevare le sorti della pellicola. Utile per un divertimento poco più che superficiale, molto meno per una riflessione intelligente: un´occasione sprecata.

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