La leggenda di Beowulf
Le terre di Re Hrothgar sono minacciate dal terribile mostro Grendel. Beowulf, guerriero danese in cerca di gloria, decide di andare in suo soccorso. Sconfitto il mostro il re decide di regalare tutto quello che ha a Beowulf: la corona, le terre, i palazzi e persino la sua bella moglie Wealthow. Subito dopo si toglie la vita. Beowulf, diventato re, va ad uccidere la madre del mostro tornata a minacciare il regno e capisce il segreto di Hrothgar: Grendel era in realtà suo figlio, concepito insieme alla demone, che appare con le fattezze di Angelina Jolie, e che aveva garantito lui potere e ricchezze in cambio di un figlio. Beowulf ricade nella stessa tentazione e 30 anni dopo un nuovo mostro torna a infestare il regno.
Beowulf è il più antico poema in lingua inglese, spauracchio degli studenti di lingue all’università e interessante documento per gli studiosi di storia e di linguistica.
Beowulf è il secondo film realizzato da Robert Zemeckis con la tecnica della performance capture, spauracchio dei puristi del cinema e interessante tecnologia per gli amanti degli effetti speciali.
Performance capture vuol dire letteralmente “acquisizione della performance” ovvero la possibilità, per un sofisticato software, di catturare la prova (la performance, appunto) di un attore attraverso un casco speciale e dei sensori, e quindi di inserirla in un ambiente virtuale. In questo modo si potrà invecchiare, ingrassare, alzare o deformare i tratti del viso e le fattezze fisiche della persona “catturata”. Beowulf è infatti un uomo giovane alto due metri, forte e vigoroso, il cui volto appartiene a Ray Winston, cinquantenne alto non più di 1,70. E questo film, che ne narra le gesta, è quindi una pellicola che unisce una storia ancestrale e antica, che narra l’inizio della civiltà anglosassone, con le più moderne tecnologie.
L’idea è senza dubbio interessante, ma alla prova dei fatti il risultato è alquanto discutibile. Discutibile perché Robert Zemeckis sembra amare più la performance capture che la storia e i personaggi, tanto da mettere i secondi al servizio della prima e non il contrario.
Discutibile perché il gioco gli prende talmente la mano che spesso si dimentica di usare fino in fondo le possibilità dell’animazione.
Discutibile, però, anche perché quando l’azione si fa dura, la forza della tecnologia c’è e si vede. Positivamente, come durante il primo, spettacolare, combattimento con il mostro Grendel. Negativamente come nella parte finale col drago: scena plastica, lenta e poco credibile.
Ma discutibili sono anche la messa in scena della storia e la caratterizzazione dei personaggi. Si tratta di una leggenda di guerrieri mossi dai più basilari istinti umani: mangiare, riprodursi e conquistare. Storie nate intorno al fuoco per esaltare gli animi di un tempo che fu e che oggi risultano fuori tempo massimo. Beowulf continua a ripetere il suo nome e ingigantisce la verità, come un bambino in cerca di attenzione. Non si riesce a parteggiare per lui e l’unico personaggio davvero “umano” risulta essere solo il povero mostro Grendel, che, per inciso, nel poema originale non era figlio del re.
In tutto questo parlare di guerra e di lussuria, come unico motore della propria esistenza, Robert Zemeckis mette spesso in ridicolo i suoi burattini di pixel e più di una volta la platea ride, senza che sia chiaro quanto questo accada per volere degli sceneggiatori Roger Avary, quello di Pulp Fiction, e Neil Gaiman, che col fantasy ha dimestichezza avendo scritto Stardust. Se la scena del “batacchio negato alla vista” è evidentemente voluta, i tacchi di carne della Jolie e certi dialoghi sul desiderio sessuale dei guerrieri sono ridicoli, ma anche talmente esagerati da essere kitsch.
Insomma il film è discutibile.
E alla fine ci si chiede se l’uso di una tecnologia di messa in scena diversa avrebbe esaltato meglio la storia e reso più divertente l’esagerata forzatura di certe scelte stilistiche e narrative. Se, per esempio, Zemeckis avesse optato per l’utilizzo della tecnica del blue screen come in 300, forse il risultato avrebbe potuto convincere di più . Inoltre sarebbe stato anche più divertente procedere con dei paragoni. Si, perché se il film-fumetto di Frank Miller esaltava la potenza e la superiorità del “maschile”, in Beowulf, invece, la morale è sempre quella: “tira più un pelo di, che un carro di buoi”.
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