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Il nascondiglio

Posted by Davide Verazzani | Posted in Cinema | Posted on 15-11-2007

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ilnascondiglio Il nascondiglioDavenport, Iowa, dicembre 1957: in una magione sinistra, costruita da un magnate farmaceutico e poi donata a un istituto di suore che l´ha trasformata in casa di riposo per ricche vegliarde, due novizie compiono un´orribile strage, e poi scompaiono nel nulla senza lasciare tracce, neppure sulla neve che scende copiosa. Cinquant´anni dopo, la casa viene presa in affitto da un´italiana, rimasta vedova quindici anni prima per il suicidio del marito (coinvolto innocente in uno scandalo sessuale grazie a una lettera anonima e sepolto proprio a Davenport) e proveniente da anni di clinica psichiatrica. La donna vorrebbe aprire un ristorante italiano al piano terra della casa, ma appena vi si introduce sente delle voci provenire dal piano superiore. Sconvolta ma cocciuta, la donna tenterà  in ogni modo di trovare una spiegazione razionale a quanto le sta accadendo, anche a costo di passare per pazza e di riaprire un caso che tutti, a Davenport, sembrano voler rimuovere dalla coscienza collettiva.

Quando ci si appresta a visionare un film dell´Avati “horror”, torna il rispetto per un regista che ha saputo emozionare negli anni ´80, ma che da tempo mostra una creatività  in caduta libera, incapace di affrancarsi dai clichè del “carino” e da un´esilità  narrativa che da fortunato marchio di fabbrica si è trasformata, dopo vent´anni, in banale sequenzialità . Infatti le migliori prove cinematografiche del regista emiliano sono senz´altro lontane dalle commedie singhiozzanti con cui ha avuto i maggiori successi di pubblico: La casa dalle finestre che ridono (1975) e soprattutto Zeder (1982) si annoverano tutt´ora fra i migliori horror italiani di sempre.
Date queste premesse, quanta delusione invece traspare vedendo Il nascondiglio! Innanzitutto, lo sbandierato ritorno all´horror è solo una furba trovata di marketing; trattasi, infatti, niente più che di un giallo psicologico, alla maniera degli sceneggiati RAI anni ´70, ravvivato certo nei colori e nelle ambientazioni, ma assai più scipito nella scrittura e nella recitazione: se è insopportabile ormai la Morante dai mezzi sorrisi e dalle mossette nervose, presente in ogni scena e su cui è stato costruito il film, è inefficace, e a volte involontariamente ridicolo, il contorno dei comprimari, fra cui si annoverano un Treat Williams prete piacione (sic!), un Burt Young agente immobiliare innamorato, un´irriconoscibile Sidney Rome (sic, ancora!) e un´inguardabile (ma potevamo aspettarci altro?) Yvonne Sciò.
Inoltre, la scrittura è appesantita dai subplot, solo accennati e mai del tutto risolti se non in modo superficiale, che costringono lo spettatore a uno sforzo inutile e il regista a continui rimandi e precisazioni, lasciando aperti, però, numerosi dubbi: quali sono i segreti che si porta appresso la Morante? Perché l´agente immobiliare torna alla casa del mistero con un mazzo di fiori, e se ne va sconsolato? Perché gli atti del processo degli anni ´50 vengono secretati, e come fa poi l´avvocatessa amica della Morante a ottenerli così facilmente? E soprattutto, perché nessuno, nemmeno il prete che sembra volerla aiutare, spiega per filo e per segno alla Morante cos´è successo cinquant´anni prima, così da indurla ad andarsene più velocemente? La sospensione dell´incredulità  è concetto noto agli sceneggiatori e registi moderni, ma sarebbe il caso di non abusarne, altrimenti si rischia il ridicolo.
Fra decine di inutili spostamenti in auto tra la casa e il centro di Davenport, location continuamente nuove, insulsaggini belle e buone (una giovane mamma andrebbe con il figlio di 8 anni in un appartamento apparentemente stregato?), personaggi che entrano ed escono dalla storia in assoluta allegria (il cuoco gay con il fratello impiegato comunale, la centralinista dell´albergo, lo stesso prete che ha un ruolo centrale all´inizio per poi essere bellamente dimenticato) il film si trascina stancamente verso una conclusione telefonata quanto può essere, dato il titolo, l´enigma che dovrebbe stare alla base della vicenda. E la noia, che affiora prepotente nei riguardi di una vicenda lunga e raffazzonata, non ci sembra indice di riuscita per un film che vorrebbe definirsi horror.

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