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Recensione: Ai confini del paradiso

Posted by Marco Cavalleri | Posted in Cinema | Posted on 13-11-2007

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ai confini del paradiso Recensione: Ai confini del paradisoBrema. Oggi. Ali, pensionato turco, decide di portarsi a casa Yeter, conterranea prostituta che si è data al mestiere per permettere alla figlia Ayten, rimasta nel paese d´origine, di poter studiare: ma nel corso di una lite involontariamente la uccide. Suo figlio Nejat, professore universitario di letteratura, sconvolto dall´accaduto decide di tornare in Turchia per ritrovare la ragazza ed aiutarla almeno finanziariamente. Ma Ayten, legata a un gruppo terroristico, è appena partita per la Germania nella speranza di trovare asilo politico e ritrovare la madre. Non trovando né l´uno né l´altra ma almeno l´amore di Lotte, studentessa tedesca disposta a seguirla quando sarà  espulsa alla volta delle carceri turche. Ma quando Lotte muore…

Abbiamo un nuovo maestro del melodramma? Forse è ancora presto per dirlo: ma di sicuro Fatih Akin, già  meritato Orso d´Oro a Berlino 2004 per La sposa turca, dimostra di voler puntare decisamente in quella direzione. Facendolo però con la consapevolezza di arrivare, più che dopo Sirk, dopo Fassbinder: autore cui il suo cinema rimanda senza mezzi termini, stemperandone però il furore (talvolta stucchevole) in una visione più pacata e possibilista. Ai confini del paradiso (brutto titolo per l´originale Auf der anderen Seite, letteralmente Dall´ altra parte: ma stavolta c´entra la distribuzione internazionale e non il solito intervento dadaista dei titolisti del belpaese) in effetti è un melodramma: ma lo è nell´unico modo ancora possibile oggi. Puntando cioè senza remore –spudoratamente, diremmo quasi – sulla forza dei sentimenti ma cercando anche di dire altro, dalle difficoltà  individuali di integrazione (e così ogni personaggio, perfettamente inserito nel suo paese, si ritrova spaesato in quello di arrivo) a quelle nazionali e culturali. Non sempre riuscendoci, colpa anche di una sceneggiatura (premiata a Cannes: per il sottoscritto la parte più debole della pellicola) più attenta e quasi maniacale nel meccanico intersecarsi dei piani narrativi e dei personaggi che si sfiorano ripetutamente senza incontrarsi mai che allo sviluppo dell´azione o delle idee. Ma avendo dalla sua qualche intuizione di regia (la panoramica iniziale, il truka per la prima devastante notte della madre di Lotte a Istanbul) di quelle che dimostrano da sole una padronanza del linguaggio cinematografico che da meramente tecnica si fa significante. Per approdare all´unica conclusione possibile ad un melodramma odierno: la salvezza consiste nell´accettazione dell´altro, estraneo o familiare che sia. Inarritu, come ha detto qualcuno? Forse nella costruzione un po´ artificiosa, che sembra rimandare (con tanto di dedica esplicita nel finale) a Babel : ma l´afflato morale, cosa peraltro assai rara nel cinema odierno e già  questo costituirebbe un buon motivo per dargli un´occhiata non distratta, sembra piuttosto far pensare a Kieslowski e al suo cinema formalmente duro ma sotterraneamente pieno di pietas. Aggiungeteci ottimi attori, con menzione particolare per una Hanna Schygulla devastata quanto convincente, e avrete il quadro di un film da vedere. L cinema tedesco cresce – Le vite degli altri e Quattro minuti docunt – e Akin non è nelle seconde fila del movimento.

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Dopo la visione di “Ai confini del paradiso” sento l’urgenza di commentarlo. E’ un film sui sentimenti, ma non cede una virgola al sentimentalismo. Colpisce la meccanica con cui si intersecano le vicende dei protagonisti, il loro passarsi accanto senza riconoscersi, la vanità reciproca delle loro ricerche. Le corrispondenze non cessano di ripresentarsi in questa vicenda raccontata da Fatih Akin, anche nei dettagli. E’ il caso del libraio tedesco che lascia la sua libreria di Istanbul per venderla a un professore turco che insegna letteratura tedesca all’Università di Amburgo. Il giovane professore è Nejat Aksu, e lascia la Germania per dimenticare il delitto del padre Ali ed espiarlo, riparandolo nella ricerca della figlia della prostituta Yeter, uccisa in un raptus di violenza forse troppo gratuito da parte di un personaggio per altro benevolo, come il vecchio Ali. Quella figlia, Ayten, cercata inutilmente a Istanbul, era invece già riparata in Germania, per fuggire dalla Turchia dove è ricercata per terrorismo, ma anche per ritrovare la madre, che credeva impiegata in un negozio di scarpe. E i tre si erano inutilmente incrociati senza vedersi, pochi giorni prima che si consumasse il delitto.
Mentre la bara della povera Yeter viene caricata su un velivolo della Turkish Airways, la giovane Lotte parte alla volta di Istanbul per ottenere un colloquio con Ayten, l’amante detenuta, sotto lo sguardo preoccupato della madre Susanne (la bellissima, benché “devastata” Hanna Schygulla).
Ayten è giovane e piena d’orgoglio e non è un prodigio di scaltrezza: aveva già perso i contatti con i suoi protettori turco-rivoluzionari e si è fatta beccare alla prima occasione dalla polizia che, dopo un’inutile richiesta di asilo politico, la rispedisce in patria dove è prontamente reclusa in un carcere turco affollato di mogli che hanno ucciso i mariti.
La Turchia ritratta da Akin è benevola e familiare, le prigioni hanno l’aria trasandata ma i carcerieri (diversamente da certi film americani) assomigliano al benzinaio di Trebisonda, alla vicina, che apre la porta della fuga alla giovane rivoluzionaria, o al cugino mai visto prima di Nejat, pronto ad aiutarlo ad affiggere i manifesti “Chi l’ha vista” per Yeter, senza fare troppe domande.
Alla partenza di Nejat, risponde quindi quella di Lotte, che si farà ammazzare banalmente da un ladruncolo (la stessa banalità della prima morte, quella di Yeter). Sarà quindi la sua bara a lasciare la Turchia per la Germania, “restituendo”, da figlia, quella di Yeter, madre, e scatenando un nuovo viaggio riparatore, quello della madre tedesca, Susanne.
La bellezza del film non nasce certo da questi schematismi, pur apprezzabili, ma dalla capacità di mostrare quanto le vicende umane siano condannate alla cecità e quanto poco basti per fare di una felicità possibile un destino di separazione. Questa consapevolezza spinge la giovane Ayten a dissociarsi dal terrorismo (non per convinzione ideologica, ma per riavvicinare la memoria dell’amata Lotte attraverso la madre) e il saggio Nejat ad abbandonare la sua condanna (“un assassino non può essere mio padre”) nei confronti della figura paterna. Quella felicità possibile è forse il paradiso ai confini del quale ci troviamo ogni qualvolta dimentichiamo, per orgoglio o per necessità (anche Yeter soffriva per la mancanza della figlia) la forza dei legami più essenziali.

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