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Die Hard – Vivere o morire

Posted by Tullio Di Francesco | Posted in Cinema | Posted on 11-11-2007

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die hard vivere o morire Die Hard   Vivere o morireSiamo alla vigilia del 4 luglio, quando la colossale nazione statunitense celebra se stessa. Ma avrebbe poco da stare allegra se si rendesse conto di quanto fragile è il suo sistema di difesa. A renderla consapevole se ne incarica Gabriel (nome profetico), un tempo responsabile informatico del sistema e ora, dopo che è stato allontanato perché troppo disinvolto nel compimento delle sue mansioni, pirata informatico che vuole “spegnere” gli Stati Uniti per riportarli all´età  della pietra e impadronirsi dei codici di tutti i suoi conti bancari. Per il piano Gabriel ha bisogno di una squadra di killer di cui fa parte anche la letale Mai, amante orientale dell´uomo esperta di arti marziali, e dell´aiuto di alcuni inconsapevoli hacker che, una volta usati, finiscono per sparire in malo modo. Quello di cui Gabriel, però, non ha tenuto conto è la possibilità  che la sua strada si incroci con quella dell´immarcescibile John McClane, recatosi a casa di Matt Farrell – ultimo di questi hacker ad essere ancora in vita – e prelevarlo per conto dei federali. Il poliziotto non ci mette molto a capire che il ragazzo è nel mirino della stessa organizzazione che sta gettando nel panico l´FBI e la CIA, e incomincia a seminare granellini di sabbia nell´ingranaggio a suon di pistolettate ed esplosioni. Quando, poi, Gabriel ha la malaugurata idea di prendere sua figlia come ostaggio, allora sì che sono davvero dolori, perché è la volta che McClane si incavola veramente di brutto…

Una premessa metodologica: questa recensione sarà  necessariamente partigiana, poiché non può essere altrimenti per chi, come il sottoscritto, è cresciuto assieme ad una serie che ha contribuito a contaminare il poliziesco con il mondo degli effetti speciali, e quindi a dare nuova linfa al filone dell´action movie degli ultimi venti anni, segnandone una delle vette più alte.
Volendo proprio parafrasare McLuhan con un chiasmo: il prodotto è il mezzo. Se ne era già  accorto George Lucas che con la trilogia classica di Star Wars aveva creato il franchising cinematografico affidando la regia di due degli episodi della sua creatura a registi-esecutori come Irvin Kershner e Richard Marquand. Torna valida la formula quando si pensa a questo terzo capitolo (!!!) del poliziotto più fracassone d´America (ma sì, dai, chi ha il coraggio di affermare che la pessima prova di Renny Harlin possa far considerare seriamente 58 minuti per morire?): fuori John McTiernan, che era l´unico ad aver dimostrato di saper rivitalizzare la formula del primo Trappola di cristallo, e dentro Len Wiseman, giovane firma che si è fatta conoscere per i due capitoli di Underworld e che rimaniamo in attesa di vedere se crescerà  artisticamente o si fermerà  ad essere nient´altro che un esecutore di “spaccaincassi” senza cuore.

Il film, comunque, non ne risente. Questa è l´epoca in cui, oltre al franchising, conta anche il potere contrattuale del divo protagonista, il quale ha anche diritto di veto sulla sceneggiatura finale (ne sa qualcosa Harrison Ford che ha fatto penare tutti prima di tornare per la quarta volta nei panni di Indiana Jones): noi si va al cinema per vedere la ghigna e sentire la battuta pronta di Willis, e quelle ci vengono date, senza contare che l´attore-manager di se stesso si fa un vanto di non deludere il suo pubblico (pena la messa in discussione dei prossimi episodi). Ecco che perciò il film mutua in maniera calcata molti degli elementi che erano già  del terzo episodio. Se in Trappola di cristallo l´azione era tutta relegata all´interno del Nakatomi Building e in Duri a morire era, invece, tutta New York a diventare il set dell´azione, in questo Vivere o morire il nostro antiquato poliziotto scorrazza addirittura attraverso tutta la parte orientale del continente per vedersela con i moderni marchingegni dei suoi avversari. A dargli una mano sul fronte dell´hardware (oltre a un cameo di Kevin Smith), la figura del giovane hacker poco propenso a calarsi nei panni dell´eroe d´azione (Justin Long), che richiama l´improbabile spalla ricoperta nel terzo episodio da Samuel L. Jackson, con l´aggiunta di una figlia ormai talmente cresciuta da essere nell´età  critica dei fidanzati ma, a suo modo, tutta suo padre (la interpreta Mary Elizabeth Winstead, che era già  la graziosa modella vestita da cheerleader in A prova di morte di Tarantino). La stupenda Maggie Q, nella parte della micidiale Mai, assicura adrenalina negli scontri con l´imbolsito ma sempre massiccio Willis, mentre Timothy Olyphant (era il duro sceriffo Bullock della serie televisiva Deadwood) non fa rimpiangere né Alan Rickman né Jeremy Irons.

Non è certo questo il terreno per scandalizzarsi delle situazioni improbabili o “impossibili” del film. Come si diceva l´effetto speciale è sempre stato la conditio sine qua non della serie, per cui figuriamoci se in epoca di effetti speciali computerizzati Die Hard poteva farne a meno. Inutile quindi storcere il naso di fronte a macchine che carambolano dentro tunnel che sembrano piste di lancio, o addirittura l´apoteosi dove il nostro combatte contro un caccia a reazione prima con un truck (i tipici camion con rimorchio americani) e poi a mani nude!!! Un plusvalore che dà  alla pellicola una patente di attualità  e che ne allontana l´accusa di assurdità  è il fatto che il soggetto è tratto da un articolo di giornale di John Carlin (“A Farewell to Arms”). Tenuto conto, poi, che quando si parla di Bruce Willis non lo si vuole vedere seduto in poltrona a declamare Shakespeare, se questo è il risultato allora ci prenotiamo già  per il quinto episodio. Sempre che la carcassa del nostro regga ancora alla bisogna.

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