La Terza Madre
Posted by Marco Cavalleri | Posted in Cinema | Posted on 02-11-2007
Tag:Argento, Asia, horror, madre, master, terza
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Nel cimitero di Viterbo viene ritrovata per caso un´urna che contiene tre statuette demoniache e una tunica. Un monsignore si affretta a recapitarle a Michael Pierce, direttore del Museo d´Arte Antica di Roma, nella speranza che possa confortarlo nella scoperta di un terribile segreto. Che è quello legato alla Terza Madre, detta anche Mater Lacrimarum, ultima di una famiglia di streghe che nel corso dei secoli ha sparso terrore ed orrore per tutta Europa. Purtroppo l´urna viene aperta prima del tempo: comincia una catena di violenze che tra suicidi, risse ed atti di vandalismo, conducono la città eterna sull´orlo della seconda caduta. Ad opporsi, prima involontariamente poi con sempre maggior convinzione, solo Sarah Mandy, figlia a propria insaputa di una strega buona e dotata di qualcuno dei suoi poteri. Mentre le streghe convergono su Roma e l´Apocalisse è in agguato toccherà a lei cercare di impedire la fine…
Disarmante. Non ci sono altre parole per descrivere l´ultima fatica di Dario Argento. Che fu (il passato remoto è purtroppo d´obbligo) buon sceneggiatore e ottimo regista, capace di creare incubi che sembravano oltrepassare la logica per rispondere a pulsioni primigenie valide a qualunque latitudine (e non è un caso che Profondo Rosso e Suspiria, i suoi lavori migliori, siano sempre tra i più citati dai registi che si dedicano al genere horror, qualunque ne sia la provenienza). Ma almeno da vent´anni – cioè dal pur tutt´altro che perfetto Phenomena – il regista sembra prigioniero di se stesso e, quel che è peggio dei suoi vezzi: e nel frattempo pare aver anche perso quella capacità di costruire l´inquadratura – magari pleonastica ma visivamente perfetta – che costituiva il principale marchio di fabbrica del suo cinema. La terza madre fa paura, ma per le ragioni sbagliate. La fa per una sceneggiatura strapiena di incongruenze e strafalcioni, per una regia a dir poco sciatta, per interpreti aldilà di qualunque definizione negativa (e ancora ci si chiede come qualcuno anche all´estero possa ritenere Asia Argento un´attrice). Non basta il contorno di efferatezze varie (una donna strangolata colle proprie viscere, un´altra uccisa vaginalmente e non dico altro) per fare un horror. Per quello occorrerebbe la suspence, una progressione drammatica, alla peggio qualche straccio di idea. Tutte cose che latitano o mancano del tutto. E vedere un film di questi anni con effetti speciali indegni delle pellicole anni ´70 (si veda solo l´incredibile morte della Madre) fa male al cuore. Per dare un metro di misura, diciamo solo che siamo dalle parti de Il fantasma dell´opera o de Il cartaio: con l´aggravante che la chiusura della trilogia delle Madri aveva in sé un portato mitico che va inevitabilmente e crudelmente deluso tra dialoghi improponibili e sequenze – fatta la debita eccezione per un paio di spaventi – risibili, tra streghe finto punk, morti che parlano(e straparlano, vedi la sacrificatissima Daria Nicolodi) e riunioni diaboliche che stanno a metà tra un programma della domenica e una passerella di moda, vedere per credere – o per non credere, che sembra un atteggiamento più prudente.
Certo, Dario Argento è stato un grande. Ma è stato. Se tenete conto che has been è l´espressione con cui a Hollywood si designano i perdenti avrete un´idea di quel che vi aspetta. Con il più il magone di un ciclo horror che, partito alla grande, si è svilito in una fiction più inutilmente truculenta del solito, ma servita nello stesso modo. Un film di fronte al quale i soldi del biglietto sono preziosi: meglio astenersi. O recuperare in dvd l´ Argento master of horror che pure fu. Indecente, e non certo per quel che mostra.



Quasi d’accordo su tutto. Però…
Argento s’è cimentato in un horror moderno. Non è mestiere suo, il moderno.
Con una fotografia degna di questo nome “La terza madre” avrebbe guadagnato tanto.
A me ha dato la sensazione di un’enorme parodia di sé stesso: le sequenze gore spinte all’eccesso, i dialoghi scarni fino all’osso, gli effetti digitali… “digitalizzatissimi”… E quel finale che nulla ha di argentiano ma pare una ridicolizzazione dell’argentiano stesso.
Una pellicola scadente, per carità . Ma che stavolta andrebbe vista con altri occhi. Non riesco a condannarla senza pietà come feci con “Il cartaio” e “Ti piace Hitchcock?”. Mi pare un divertessement teso a smitizzare il proprio passato, una presa di coscienza del declino in cui è precipitato l’Autore.