25. Ottobre 2007

You, the living

foto da You, the livingUn quartiere in una città del Nord Europa. Cinquanta scene con protagonisti che si rincorrono casualmente, dall’insegnante che ha litigato col marito per futili motivi alla donna che continua a dire di voler andarsene e torna sempre dal suo imbesuito e gentile naziskin fino allo psichiatra che denuncia tutto il suo disgusto per lavoro e pazienti. E, ancora, una ragazza innamorata di un coetaneo chitarrista, un barbiere vendicativo e un uomo d’affari convocato in una riunione funestata da un infarto del conferenziere. La vita, come insegnava già Lennon, è qualcosa che accade mentre sei impegnato in altri progetti. Ma vale la pena provare a viverla: visto che, come ricorda l’epigrafe di Goethe all’inizio del film o, più prosaicamente, il capolinea di un tram, la destinazione finale è il Lete. E la fine forse è prossima…

You, the living (titolo internazionale prescelto per rendere il più ostico svedese Du Levande) è stata una delle sorprese dello scorso festival di Cannes. Un po’ perché si tratta dell’opera di un regista decisamente parco – Roy Andersson, sei film in 37 anni ma almeno una candidatura all’Oscar per Songs from the second Floor – e un po’ per il piccolo trionfo che l’ ha accompagnato nella sezione Un Certain Regard, con tanto di premio alla sceneggiatura. E adesso si trova a concorrere come candidato per la Svezia al miglior film straniero per l’Oscar prossimo venturo. Riconoscimenti meritati? Si, assolutamente: e chiunque ami un cinema intelligente non dovrebbe, distribuzione permettendo – lasciarselo scappare. Intendiamoci, non siamo in presenza di un’opera nuovissima: ma almeno si tratta di una pellicola nutrita di tanto bel cinema precedente o contemporaneo, e di ottime letture. Che vanno dal monumentale La vita: istruzioni per l’uso di Perec a Goethe, dall’ironia glaciale di Kaurismaki all’umorismo svagato e paradossale di Ioseliani, non disdegnando passaggi per la satira e il grottesco non indegni di un Fassbinder o di un Bunuel. Con però, rispetto a sia pur così illustri precedenti, una cifra personale fatta di gentilezza e di pietà per i vivi (tanto per parafrasare) che affascina e qua e là commuove Nel vedere il confuso ma vitale agitarsi di persone comuni alle prese con le piccole o grandi contrarietà del vivere si avverte, pur nel minimalismo della costruzione (scene quasi tutte girate in studio, macchina fissa, fotografia dai colori saturi e virata al grigio), un’autentica partecipazione alle vite minime dei protagonisti: che sbagliano, si arrabattano, subiscono o perpetrano quasi senza accorgersene ma sempre con l’idea che una vita, per quanto non illustre, valga la pena di essere vissuta. Anche perché, come avverte il finale agghiacciante nella sua semplicità, la stessa può interrompersi da un momento all’altro: un bombardiere è in agguato per ciascuno di noi.
Lieve, aereo, contrappuntato da una apparentemente incongrua ma riuscitissima colonna sonora in stile Dixieland, You the living è il classico film destinato in prima battuta ai cinefili. Ma, anche se non vi ritenete tali, il consiglio è di vederlo se solo vi è possibile. Per divertirvi con intelligenza. Per pensare senza preoccupazioni. O infine per riconoscere, come afferma il regista citando L’Edda, che “L’uomo è la delizia dell’uomo”. Cosa di cui ci dimentichiamo spesso: vale la pena scomodarsi per qualcosa che prova a ricordarcelo.

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