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Recensione: Giorni e nuvole

Posted by Davide Verazzani | Posted in Cinema | Posted on 23-10-2007

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giornienuvole Recensione: Giorni e nuvoleMichele, un piccolo industriale nautico genovese, litiga con i soci e si ritrova senza lavoro. Imbarazzato, inizialmente decide di non dire nulla alla moglie Elsa, che ha la passione del restauro e si sta laureando in storia dell´arte, e alla figlia Alice, proprietaria di un ristorante con il suo ex fidanzato, ma a un certo punto è costretto a svelare il suo segreto. Le certezze di vent´anni di matrimonio lasciano il posto a un´esistenza precaria, in cui Elsa si fa carico delle necessità  familiari, accettando di tornare a lavorare in un call center, mentre Michele scivola via via in un´abulia da cui fatica ad uscire.

Cominciamo subito dall´affermare cosa questo film non è: non è una pellicola sul lavoro, e nemmeno sul precariato, sulla legge Biagi, sull´impossibilità  di reinserirsi in un mondo del lavoro che allontana gli ultraquarantenni, e via di questo passo. Se così fosse, sarebbe un irrimediabile passo falso: i protagonisti sono una coppia borghese, proprietari di una splendida casa, con colf assunta e spese mensili che si aggirano sui 4000 euro, Michele non è certo un salariato ma un piccolo imprenditore che insegue i propri ideali in un mondo che cambia, mentre Elsa è una casalinga che si può permettere di dedicare le proprie giornate a restaurare affreschi. Soldini, invece, affronta il problema di una crisi di coppia inserendola in un contesto contemporaneo, dove la mancanza di certezze va di pari passo con l´ipocrisia dei rapporti interpersonali; e quando la polvere, accuratamente nascosta per anni sotto il tappeto, fuoriesce in tutta la sua potenza distruttrice, è il caos. Il regista milanese ci offre così una delle sue opere più mature, affrancandosi definitivamente dai clichè dei suoi ultimi film (il melodrammatico Brucio nel vento e l´irrisolto Agata e la tempesta, tentativo maldestro di auto-remake del riuscito, e irripetibile, Pane e tulipani), e tornando decisamente verso l´inizio della sua carriera; verso, cioè, quei tentativi di mostrare le mutazioni quasi genetiche degli individui a causa di un destino irrimediabile, davanti al quale le scelte vengono ridotte e bisogna trovare dentro di sé la forza per continuare a sognare, e quindi a vivere. L´angoscia del mondo odierno non può non trovare un posto preminente in una visione simile: Michele non capisce più la realtà  che lo circonda, e da comprensivo e affidabile diventa scontroso e violento, fino a ritirarsi piano piano e rannicchiarsi in un letto ad aspettare che la bufera passi; Elsa invece, coerentemente alla poetica soldiniana che vede da sempre le donne come protagoniste del tessuto sociale, da dimessa e un po´ svampita riesce a prendere in mano la situazione, ma muta per sempre il suo rapporto non solo con il marito, ma anche con le amiche del cuore, con le colleghe restauratrici (da cui necessariamente si distacca, non avendo più tempo da dedicare a una passione senza remunerazione), con il mondo stesso, cui dona un volto sempre più tirato e sempre meno sorridente e solare. Quanta acqua è passata sotto i ponti dal primo lungometraggio di Soldini, L´aria serena dell´ovest: là , in pieno boom anni ´80, non era difficile immaginare un futuro di successo, anche se, perché ciò accadesse, bisognava rinunciare ai propri sogni; qui, nella crisi del nuovo millennio, sembra quasi incredibile poter vivere un´esistenza almeno tranquilla. Parafrasando i titoli dei due film, si può davvero affermare che al sereno del cielo si sono sostituite nuvole minacciose; a poco serve la speranza con cui il film si conclude: se anche Michele ed Elsa trovassero un modo per rimanere uniti, la metaforica tempesta che li circonda potrebbe in ogni momento portarseli via per sempre, e nulla varrebbe il loro amore ritrovato e rinsaldato
Danno corpo all´angoscia esistenziale della pellicola una sceneggiatura quasi perfetta, in cui si rincorrono le emozioni dei protagonisti senza sbavature ma con la pecca di eccessive lungaggini (almeno dieci minuti in meno, e saremmo di fronte a un capolavoro), e soprattutto una splendida Margherita Buy che, lontana mille miglia dalle solite piccole nevrosi con cui condisce le sue interpretazioni, mostra il volto di una donna che vuole reagire alle avversità  con impercettibili ma determinanti variazioni mimiche. Delude le aspettative, invece, Antonio Albanese, la cui maschera è sempre in mezzo al guado fra la disperazione e l´ironia, senza mai prendere una posizione definitiva.
Da vedere, ma non nelle serate tristi.

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