Recensione: Ratatouille
Posted by Marco Cavalleri | Posted in Cinema | Posted on 16-10-2007
Tag:Bird, Disney, Ratatouille, ratto, topo
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Remy è un piccolo ratto della campagna vicino a Parigi. La sua dote – un olfatto sopraffino – è sfruttata dai membri del suo clan unicamente per riconoscere eventuali derrate cosparse di veleno per topi. Ma le sue ambizioni sarebbero altre e ben più alte: più precisamente, quelle di poter cucinare. Del resto il suo maestro televisivo e libresco è il defunto Gusteau, per un certo periodo considerato il miglior chef di Parigi e convinto assertore – tanto da farne il titolo del suo best seller – dell´assioma che “Chiunque può cucinare”. Impresa difficile per uno della sua razza. Ma basta poco – o molto – perché l´idea prenda forma: abbandonato dalla sua tribù Remy approderà per caso proprio al ristorante del suo maestro. Dove ora impera purtroppo il malvagio Skinner, assai più interessato allo sfruttamento commerciale dell´immagine del suo mentore che alla buona cucina. Ma dove approda anche il giovane Linguini, assunto come sguattero ma ben disposto – anche a causa di un incidente con una zuppa che potrebbe stroncargli persino la carriera – a farsi guidare da Remy per diventare cuoco. E le sorprese – coronate da lieto fine – non mancheranno…
Ratatouille – ultima fatica del team Pixar capitanato dal Brad Bird vincitore di un meritatissimo Oscar per il miglior film di animazione con The incredibles – negli USA è stato un buon successo di critica senza conseguire risultati eccezionali a botteghino. Potrebbe venire il dubbio di un film programmaticamente difficile o sopra le righe: grazie a Dio non è così. Probabilmente si trattava solo di una pellicola troppo sofisticata per un mercato americano mai così attratto dalle bassezze (dove, non dimentichiamolo, un orrore come SuXbad è riuscito a incassare di più). O forse, ma qui viene da pensare il peggio, l´ambientazione francese non ha giovato. Di fatto ci troviamo di fronte a uno dei pochissimi titoli fin qui imperdibili della stagione, capace di divertire grandi e piccoli senza strizzare l´occhio a nessuna categoria in particolare. Semmai, raccontando una storia fatta di tanto volontarismo statunitense (il programmatico “chiunque può diventare cuoco” ricorda molto la promessa per cui nel paese stelle e strisce chiunque può aspirare a qualunque cosa) e di una vaga fascinazione europea (vedere la scena in cui Remy si affaccia per la prima volta sulla ville lumiére) condita da molte occasioni umoristiche, da una sceneggiatura non indegna di una screwball comedy dei tempi che furono e da un messaggio semplice ma efficace – i sogni son desideri e come tali possono essere realizzati – tipico della Disney migliore che fu. E così si susseguono gag, colpi di scena non indegni del teatro classico (con tanto di agnizione postuma del giovane Linguini, figlio illegittimo inutile specificare di chi) e qualche considerazione amaramente sorridente di come si sia precipitati in una società dove l´apparenza conta assai di più della sostanza (per cui il topo Remy non può essere riconosciuto come cuoco mentre l´orrendo Skinner può vendere surgelati improbabili solo perché coperti dal nome di Gusteau). Un po´ troppo lungo, forse, coerentemente con l´elefantiasi che contraddistingue da tempo il cinema d´oltreoceano, e in effetti una potatura di una ventina diminuti avrebbe giovato: ma sequenze come quelle di Remy impegnato a rimediare il disastro della zuppa, la frenetica preparazione rattesca della cena finale o la reazione del feroce critico Ego alla ratatouille cucinatagli per la sfida tra cuoco e gourmet (inutile dire altro) volano diritte nella storia del cinema di animazione. Da portarci i figli, se se ne hanno. Se no, da andarci anche da soli. Bello, senza riserve o spreco di ulteriori aggettivi.


