Un’altra giovinezza - contro
di Marco Cavalleri
Per una volta partiamo da un presupposto granitico: il fatto che Francis Ford Coppola sia tornato al cinema è un bene per il cinema stesso. Perché vedere all’opera un maestro dopo 10 anni – forse qualcuno in più, visto che il suo ultimo film autenticamente personale è Dracula di Bram Stoker che data 1992 – può solo rappresentare una boccata d’aria salutare in un panorama sempre più asfittico e ripetitivo (ormai anche la grande ondata del far east sembra esaurita, e di fatto arriva qualche segnale di novità solo da cinematografie troppo eccentriche per poter diventare “movimento”), segnato più dalla preoccupazione di separare lo spettatore dai suoi soldi che da qualunque altra considerazione etico/estetica. E riconosciamo anche che, nel frattempo, il maestro (il termine è senz’altro abusato, ma in questo caso assolutamente necessario) non ha perso un grammo della sua capacità di regista, di produttore e di direttore di attori.
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C’è tutto Francis Ford Coppola in questo film. Tutta la vita di un regista geniale e innovativo, a volte esaltante a volte compromissorio, decisamente umano, troppo umano. Ci sono le paranoie de La conversazione e le iperboli della saga del Padrino, il viaggio a ritroso dentro se stessi di Apocalypse now e la ricerca dell’amore attraverso gli oceani del tempo di Dracula, la volontà di autoaffermazione di Tucker e la tenerezza nostalgica di Peggy Sue si è sposata, la perfezione formale di Cotton club e la sporcizia giovane di Rusty il selvaggio. C’è, soprattutto, la grande voglia di fare cinema di un regista che, insieme a un’irripetibile generazione di cineasti nell’America dei primi anni ’70, ha cambiato le regole della visione.
Un quartiere in una città del Nord Europa. Cinquanta scene con protagonisti che si rincorrono casualmente, dall’insegnante che ha litigato col marito per futili motivi alla donna che continua a dire di voler andarsene e torna sempre dal suo imbesuito e gentile naziskin fino allo psichiatra che denuncia tutto il suo disgusto per lavoro e pazienti. E, ancora, una ragazza innamorata di un coetaneo chitarrista, un barbiere vendicativo e un uomo d’affari convocato in una riunione funestata da un infarto del conferenziere. La vita, come insegnava già Lennon, è qualcosa che accade mentre sei impegnato in altri progetti. Ma vale la pena provare a viverla: visto che, come ricorda l’epigrafe di Goethe all’inizio del film o, più prosaicamente, il capolinea di un tram, la destinazione finale è il Lete. E la fine forse è prossima…
Francia, 1862. In un paesino alpino, un imprenditore si mette in testa di aprire una fabbrica di tessuti di seta. Per rendere possibile l’impresa, l’industriale ha bisogno di uova di baco sane, che, a causa di un’epidemia che ha reso inaffidabili le uova europee, si trovano solo in Giappone. L’incaricato del viaggio è il giovane Hervè, figlio del sindaco e neo-marito della bella maestrina Helene: il ragazzo, inesperto ma dotato di forte volontà, lascia una promettente carriera militare e compie i viaggi richiesti, ma in Giappone si innamora perdutamente dell’amante del capo-villaggio che gli procura le uova. Pur non avendoci mai parlato, Hervè è convinto che il suo amore sia ricambiato, soprattutto dopo che la ragazza gli fa scivolare in mano un biglietto che, fatto tradurre al suo ritorno da una maitresse giapponese di Lione, lo implorerebbe di tornare. Hervè, dilaniato fra i doveri di un matrimonio senza passione e l’amore verso la giapponese, sceglie comunque di tornare in Giappone nonostante i pericoli di una guerra. Ma, giunto al villaggio, lo trova distrutto. Ritornato al paese natìo con la morte nel cuore, Hervè vivrà un’esistenza agiata ma fredda, riuscendo a coronare il sogno di Helene di possedere un giardino pieno di gigli ma col perenne rimpianto di un amore inespresso. Finchè non riceve una misteriosa lettera…
Michele, un piccolo industriale nautico genovese, litiga con i soci e si ritrova senza lavoro. Imbarazzato, inizialmente decide di non dire nulla alla moglie Elsa, che ha la passione del restauro e si sta laureando in storia dell’arte, e alla figlia Alice, proprietaria di un ristorante con il suo ex fidanzato, ma a un certo punto è costretto a svelare il suo segreto. Le certezze di vent’anni di matrimonio lasciano il posto a un’esistenza precaria, in cui Elsa si fa carico delle necessità familiari, accettando di tornare a lavorare in un call center, mentre Michele scivola via via in un’abulia da cui fatica ad uscire.
Arizona, negli anni della costruzione della ferrovia. Dan Evans è un ranchero invalido a causa di una ferita rimediata durante la Guerra di Secessione ed oppresso dai debiti, tanto da rischiare di dover restituire entro breve la sua terra all’avido affittuario che preferirebbe rivenderla alle compagnie ferroviarie. Ma quando il pericoloso fuorilegge Ben Wade, autore di un sanguinario assalto alla diligenza, viene catturato in un saloon, ecco spalancarsi per lui una via di fuga dalle preoccupazioni: accetterà di unirsi alla scorta che lo deve accompagnare a prendere il treno per il forte di Yuma per 200 dollari. Un buon modo per sanare le pendenze e riconquistare la stima della famiglia, particolarmente del figlio maggiore William, che lo disprezza per la sua apparente arrendevolezza. Ma la banda di Wade, capitanata dal terribile (e forse innamorato) Charlie Prince, è disposta a tutto pur di liberarlo. E così, mentre guardia e prigioniero cominciano a
La recensione completa di Youth without youth, presentato oggi alla Festa del Cinema di Roma (e in uscita in Italia con il titolo Un’altra giovinezza il 26 ottobre prossimo), apparirà sul sito fra qualche giorno. Anche solo per rispetto ad un Maestro, uno degli ultimi in circolazione, che dopo 10 anni ha deciso di tornare con un nuovo film denso e difficile, e che non si merita un discorso affrettato, adatto ai tempi odierni così sincopati e superficiali, ma una riflessione profonda, che ha i tempi dilatati e i valori universali del suo cinema. Il film è fatto apposta per dividere, ma Coppola ha ribadito in conferenza stampa che questo, e solo questo, è il suo modo di intendere il cinema: un approccio personale e culturale, lontano dagli -ismi dei critici di professione ma anche dal semplicismo massificante dei blockbuster hollywoodiani. Solo due parole, quindi, per sottolineare quanto ci resterà per sempre nel cuore l’immagine finale: un Coppola finalmente davanti ai suoi fans, sdraiato per terra sul palco dell’Auditorium, che firma autografi e risponde a domande con la naturalezza di un outsider. Un Mito che si reincarna e prevede altre sorprese. A presto, mr. Coppola!
A Concadalbero, minuscolo paesino alle foci del Po, arriva Mara, una giovane e avvenente maestra che sostituisce l’anziana insegnante del posto, ormai incapace di intendere e di volere. La nuova maestra, toscana di origine e con un futuro già pianificato in una onlus in Brasile, si stabilisce in una casa isolata ai margini del paese, e ha pochi contatti con gli abitanti; fra loro, si distinguono Amos, un tabaccaio ricco e strafottente che si è sposato con una procace rumena conosciuta via chat, Guido, un giovane autista di pullman, il giovanissimo Giovanni, orfano di madre da un anno, genio del computer e con il sogno (già in parte realizzato) di diventare giornalista, e Hassan, un meccanico tunisino, ben inserito nella realtà sociale, con cui Mara inizia una relazione. All’improvviso la onlus brasiliana richiede quasi immediatamente la presenza di Mara: la giovane decide di seguire il suo sogno, ma Hassan non sembra prendere bene la notizia. La mattina della partenza, Mara viene trovata uccisa: i sospetti cadono subito sul tunisino, che viene imprigionato e condannato a 15 anni di carcere con un processo affrettato. Ma Giovanni non crede alla colpevolezza di Hassan, e, dopo essere diventato giornalista presso un quotidiano di Padova, un paio d’anni dopo, a seguito di un fatto tragico, decide di riaprire l’inchiesta…