Recensione: Il buio nell’anima
Posted by Davide Verazzani | Posted in Cinema | Posted on 28-09-2007
Tag:Giustiziere-della-notte, Il-buio-nellanima, Jodie-Foster, Neil-Jordan, New-York, The-brave-one
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Erica Bain, nota narratrice radiofonica newyorkese, titolare di una seguitissima trasmissione in cui intreccia racconti e storie della sua città , è in procinto di sposarsi. Una sera, passeggiando con il fidanzato per Central Park, viene aggredita da un gruppo di teppisti che si divertono a filmare il pestaggio con una telecamera: il fidanzato muore nell´agguato, lei rimane gravemente ferita e viva per miracolo. Una volta uscita dall´ospedale, Erica scopre che se esternamente è rimasta uguale, internamente tutto è mutato; i suoi racconti radiofonici si fanno più drammatici e macabri, e il terrore di camminare da sola la induce a comprarsi una pistola per proteggersi. Una notte Erica uccide un rapinatore in un drugstore isolato: è l´inizio di un´escalation di violenza, che il detective Sean Mercer, un uomo integerrimo, di sani valori democratici, fan di Erica (di cui ascolta sempre il programma) tenta di arginare con un´indagine a tutto campo, che lo porterà a conoscere Erica nella sua veste di giornalista; ma tutto cambia quando Mercer si rende conto che l´assassina che uccide nelle notti newyorkesi è proprio Erica…
Erica Bain è una voce, non un volto. E´ con questa frase che il film di Neil Jordan comincia: quasi un intento programmatico per dimostrare che di rapporti con la realtà stiamo parlando; una realtà che è vista e percepita attraverso i media, intesi sia come mezzi espressivi (ciascuno con capacità e limiti suoi propri) che come mezzi di comunicazione moderni. Ed è una realtà che cambia all´improvviso, in cui è la paura verso il “diverso” a farla da padrona, e ci vede tutti più vulnerabili e nello stesso tempo estranei a noi stessi. Una mutazione quasi genetica, che ci porta a scambiare il ruolo di vittima e carnefice, a ragionare con scarti improvvisi, a vaneggiare nel tentativo di comprenderla.
Erica parla alla radio, cambia la sua voce, gira per New York captando suoni, è ancorata ad un passato che non ritornerà e di cui sente acutamente la mancanza, mentre i suoi assalitori sono il futuro che è già presente, colmi come sono di telefonini di ultima generazione e videocamere; sono loro i “diversi” che ci stanno assalendo, che stanno distruggendo il nostro mondo, ma noi cosa facciamo per salvarci? Potrà bastare rinchiuderci nelle nostre fortezze e seguire i precetti morali di un tempo, come fa il detective Mercer, oppure dovremo cavalcare l´onda come fa la sua ex moglie, un tempo avvocato progressista e ora arrampicatrice sociale priva di scrupoli? O come fa poi Erica, fra lo sconcerto della sua responsabile, di alcuni suoi ascoltatori e di se stessa, che allarga le sue trasmissioni in radio alle telefonate di chi si compiace dei gesti del misterioso vigilante che ripulisce la città dalla feccia? E siamo sicuri che questo ci salverà ? E anche se continueremo a omettere un giudizio sulle nostre azioni criminose, siamo sicuri che questa spirale di violenza abbia una fine, oltre che un fine, e che non arriveremo a un punto in cui dubiteremo perfino di come sia iniziato tutto quanto?
Diffidare di chi spaccia questa pellicola come un nuovo Giustiziere della notte è un obbligo addirittura morale: non vi è niente dell´efferatezza con cui il Bronson del film di Winner del 1974 uccideva senza pietà i criminali, e non vi è neppure l´ombra di un malizioso compiacimento verso i gesti di Erica, né nello sguardo di Jordan né nei gesti della stessa protagonista, che si meraviglia con terrorizzato stupore di quanto le sue mani non tremino mentre spara, e di quanto sia semplice sfuggire alle telecamere che ci spiano dappertutto e alle indagini della polizia. Si può anzi dire che i comportamenti di Erica (cui dà volto e corpo una al solito stupefacente Jodie Foster) non sono affatto dettati dalla vendetta, quanto da una difesa, legittima o meno che sia, nei confronti di quella città da lei un tempo amata e subito dopo detestata perchè ansiogena e incomprensibile.
Se le premesse sono ottime, e i temi sviluppati disegnano una storia ambigua e tutto sommato affascinante, bisogna però dire che man mano che il film si dipana la trama si sfilaccia, e Jordan non riesce a tenere con un piglio sicuro tutte le briglie che fuoriescono da un racconto forse troppo denso di metafore e simboli. Piccoli errori di scrittura, alcune scene fuorvianti se non inutili, personaggi sopra le righe (il collega di Mercer, cinico e rozzo, o la vicina di casa di Erica), rischiano di distogliere l´attenzione del pubblico da una materia la cui turgidità avrebbe meritato maggior dedizione. E il peggio si raggiunge nell´ultima mezzora, in cui la pellicola scade inopinatamente nel più bieco didascalismo, operando un cambiamento di prospettiva tale per cui la simbologia dei 90 minuti precedenti, in qualche maniera misurati e rigorosi, lascia il posto al desiderio spasmodico di vendicarsi di un torto, quasi per riappropriarsi di un´identità perduta, e ad una complicità inusitata di Mercer che fin a quel momento appariva granitico nei suoi valori di bravo e “scientifico” poliziotto. Fino a un´ultima inquadratura di una sconcertante banalità , che fa dimenticare del tutto la profondità delle considerazioni svolte durante l´arco di tutto il film.
Resta un´interpretazione, a solito, straordinaria di Jodie Foster nel difficile ruolo di Erica, e una magistrale fotografia di Philip Rousselot (aficionado di Neil Jordan e apprezzato professionista anche nelle ultime produzioni di Tim Burton).
In molti appenderanno la propria giacca su questo film: politici di ogni schieramento e legioni di critici che approfitteranno delle sue imperfezioni per vederci tutto e il contrario di tutto.
A noi appare, in ultima analisi, un´occasione mancata. Urticante, interessante, ma inesorabilmente incompiuta.
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