Recensione: Piano, solo
Posted by Davide Verazzani | Posted in Cinema | Posted on 20-09-2007
Tag:Chet-Baker, Firenze, Iccardo-Milani, jazz, Luca-Flores, Piano-solo
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Luca vive in Africa con la famiglia: un fratello e due sorelle a cui pare non legato, una madre, Jolanda, che vive di turbamenti, e un padre, Giovanni, famoso geologo, spesso assente per lavoro. E´ un bambino diverso dagli altri, sensibile, attratto dai suoni, e legatissimo ai genitori che a volte non lo capiscono. La madre Jolanda muore in un incidente stradale, forse provocato anche da Luca: il padre, distrutto dal dolore, divide i figli: due vanno a studiare a Londra, mentre Luca e Barbara vanno a Firenze. E´ qui che Luca, introverso e taciturno al limite dell´autismo, si diploma in pianoforte al Conservatorio, e sembra pronto per una brillante carriera come musicista classico; l´incontro con due giovani strumentisti lo fa però virare verso il jazz, di cui diventa un interprete sopraffino fino a suonare con il grande trombettista Chet Baker poco prima della sua tragica morte, e l´amore per una tenera barista, Cinzia, sembra riuscire a fargli vivere una vita normale. Ma i fantasmi del suo passato ritornano prepotenti, e lo trascinano verso gli abissi della follia, fino a un suicidio inevitabile, compiuto subito dopo aver composto il suo ultimo, struggente, brano al pianoforte.
Luca Flores, astro nascente del jazz italiano, è morto nel 1995 a neppure quarant´anni, impiccato nella sua casa di Firenze. Walter Veltroni ne ascoltò dieci anni fa l´ultimo brano, quel How far can you fly composta come suo epitaffio, e decise di scriverne una biografia. I due scrittori Ivan Cotroneo e Claudio Piersanti hanno scelto di trarne un soggetto, sceneggiato poi con l´aiuto del “guru” Sandro Petraglia, e lo hanno affidato a Riccardo Dilani, qui alla quarta prova registica dopo gli acerbi Auguri professore e La guerra degli Antò e il sopravvalutato Il posto dell´anima di quattro anni or sono. L´affollamento di tante menti intorno alla vita di una singola persona, peraltro semisconosciuta ai più, poteva far pensare ad un film che dalla biografia passasse direttamente all´agiografia o, peggio, al simbolismo più becero. Niente di tutto questo, per fortuna: nessun peana alla superiorità della creazione artistica, nessun compiacimento per la figura dell´artista maledetto, roso da dubbi o follie personali, ma solo un pietoso sguardo verso un uomo di grande talento musicale e personale che non ha saputo vivere in mezzo ai propri simili. Nello script, misurato e sempre accorto, si sottolineano certamente le incomprensioni e le viltà di chi ha circondato Luca Flores, ma anche la sua totale inadeguatezza alla vita, preso com´era nel ricordo di una madre che non lo aveva visto crescere e nello struggimento per una famiglia disgregata. Ritorna, prepotente, una certa diffidenza nei confronti della psichiatria e, in generale, della medicina ufficiale (Luca viene sottoposto a trattamenti invasivi e perfino all´elettroshock), ma al centro della vicenda c´è la solitudine del diverso, incapace di reagire alla cattiveria di un mondo che non lo capisce, e la mancanza di strumenti che la società sa fornire a tutti noi per stare davvero vicino e aiutare chi non “sente” come noi. Il ritratto che ne fuoriesce è perfino spietato: non servono tanti studi, tanti soldi, la tranquillità borghese o le belle parole per capire chi ci circonda; serve invece una sensibilità differente, la capacità di vedere il mondo nella copertina di un disco (nella fattispecie, Il clavicembalo ben temperato di Bach regalato dalla madre al piccolo Luca e ritrovato tanti anni dopo dal padre), di seguire le assenze oltre che le presenze, di essere meno egoisti e superficiali (Luca è ossessionato dalla paura di essere pazzo, e questo gli viene rinfacciato invece a più riprese). E´ solo per questo, crediamo che gli amici e i parenti di Luca Flores hanno accettato che ne venisse raccontata la storia: per sottolineare le loro difficoltà e lanciare un monito a tutti gli altri che si trovassero nella loro situazione. A dar voce a questa vicenda straziante si presta un Kim Rossi Stuart che dà una straordinaria prova di bravura, con misura e distacco, e si conferma come un talento ritrovato per il nostro cinema; intorno a lui, come figurine danzanti ma sempre leggermente sfocate, un gruppo di interpreti di eccezione (in cui si distinguono il padre Michele Placido e la sorella Barbara, una Paola Cortellesi sempre magicamente a proprio agio anche nei ruoli più drammatici), che circondano Flores-Rossi Stuart nella sua discesa agli inferi senza mai venire in primo piano e riuscire a intervenire.
Milani segue la vicenda con i colori freddi di una Firenze sempre invernale, alternando il giorno e la notte senza apparente logica, e concentrandosi sulla tragedia di Luca con abbondanti primi piani del suo volto sofferente. Una prova difficile, ma felicemente superata. Da vedere, ma non nelle serate malinconiche: si rischia facilmente il magone.


