Recensione: La ragazza del lago
Posted by Davide Verazzani | Posted in Cinema | Posted on 16-09-2007
Tag:Friuli-Venezia-Giulia, Italia, Karin-Fossun, la-ragazza-del-lago, Molaioli, Mostra-del-Cinema, Petraglia, Toni-Servillo, Venezia-64
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Sulle sponde di un lago friulano, ai brodi di una cittadina, viene rinvenuto il cadavere di Anna, una giovane donna annegata, presumibilmente uccisa e poi sistemata alla bell´e meglio a riva. Sull´omicidio indaga il commissario napoletano Giovanni Sanzio, trasferitosi lì con la figlia adolescente Francesca, con cui ha un rapporto difficile, per seguire le cure della moglie, affetta dall´Alzhaimer e degente in una struttura ospedaliera della zona. Il commissario, un uomo ruvido ma sensibile, si imbatte nel complicato mondo di Anna, fatto di dolcezza e dolore (la giovane aveva un cancro che l´avrebbe portata a morte sicura nel giro di un anno, e si sentiva responsabile della morte, avvenuta mesi prima, di un bimbo cui faceva la babysitter), di ricerca d´amore (da un fidanzato inadeguato nella sua semplicità al rapporto con il marito della coppia presso cui accudiva il bimbo) e di durezza e scontrosità (le corse solitarie, l´hockey su ghiaccio). Dopo un´indagine non priva di colpi di scena, l´assassino verrà consegnato alla giustizia, e Giovanni potrà provare a riappacificarsi con se stesso e la sua famiglia disgregata.
E´ un giallo classico, nel più semplice significato del termine, quello con cui l´esordiente Andrea Molaioli adatta il romanzo della norvegese Karin Fossum, trasferendo l´azione, con la complicità dell´ottimo sceneggiatore Sandro Petraglia (stavolta non accompagnato dal fido collega Stefano Rulli), dai fiordi nordici alle placide sponde di un lago prealpino del Nord-Est più profondo. E´ un giallo nella struttura: sia in quella che si vede a occhio e nudo, fatta di indagini, interrogatori, errori giudiziari, scoperte sconvolgenti, intuizioni, sia nel sottotesto, che penetra nelle maglie di un tessuto sociale in cui il perbenismo diffuso nasconde malignità e orrori e le dicerie fanno e disfano intere esistenze, e si insinua nella vita dei protagonisti con inquadrature squarcianti e la luce diafana dei tramonti di montagna per far fuoriuscire i piccoli grandi delitti individuali (insofferenza, indifferenza, violenza, incapacità d´ascolto) senza peraltro proporre i castighi conseguenti. Tralasciano (vivaddio!) orpelli di sociologia d´accatto e banalità televisive, Molaioli ci presenta un ritratto spietato della provincia italiana, in cui la solidarietà un po´ pelosa permette di vivacchiare nell´attesa di una novità che giunga a risvegliare dal torpore, la mancanza di valori “culturali” rende possibile nascondere i cocci di una tragedia sotto il tappeto, e la figura di un commissario meridionale dall´esistenza un po´ sgangherata non è vista di buon occhio da paesani più preoccupati di salvaguardare il proprio presente che di dare risposte al proprio passato. E´ l´incisività del tema a sollevare una pellicola che altrimenti rimarrebbe ancorata al film di genere, e risulterebbe nemmeno troppo originale, e soprattutto la sincerità con cui Molaioli sa trasmettere una presa di posizione che non vuole trasformarsi in un “messaggio” (differenziandosi dai soloni telegenici e da una generazione di registi infarcita di psicanalisi e ideologia), ma piuttosto rimanere quello che è, ovvero la rappresentazione realista di un profondo disagio interiore.
Inappuntabile, come al solito, Toni Servillo, straordinario commissario ora stralunato ora compassionevole, cui la sceneggiatura offre un paio di battute memorabili e una chiusa commovente; ma vanno ricordati anche una Golino e un Gifuni che migliorano di film in film (e finalmente si stanno togliendo di dosso gli orpelli intellettualistici dei film degli esordi), e la giovane Giulia Michelini, dal volto fresco e dal talento notevole, finalmente approdata al grande cinema con un film degno (il precedente era “Ricordati di me” di Muccino…) dopo una lunga gavetta televisiva.
Finalmente un film italiano che sa parlare alla testa e al cuore, e si impegna in un genere difficilmente frequentato dai nostri cineasti: certo non imperdibile, ma consigliato per una bella serata.


