Venezia 64 – Vincitori e vinti
Posted by Davide Verazzani | Posted in Venezia 2007 | Posted on 12-09-2007
Tag:Ang-Lee, Festival-di-Venezia, Mostra-del-Cinema, Venezia-64
1
Ora che qualche giorno è passato, si possono fare considerazioni sui premi distribuiti alla 64° Mostra del Cinema che si è conclusa sabato scorso che non siano improntate a catastrofismi o indignazioni a volte puerili; tali sono sembrate la polemica sterile innescata dal francese Kechiche, che ha ritenuto il Premio Speciale un riconoscimento modesto alla sua opera, accettato solo perché consegnatogli dalle mani della connazionale Breillat (gli vorremmo solo ricordare che anni fa Zhang Ymou accettò con gioia un “semplice” Leone d´Argento a La storia di Qiu Ju, così come, anche se un po´ più ironicamente, fece qualche anno dopo Kusturica con Gatto nero, gatto bianco, che avrebbe certo meritato maggior fortuna), e le levate di scudi di molta stampa contro il Leone d´Oro assegnato a Lust, caution di Ang Lee, e soprattutto contro la gestione di Muller, noto sinologo, che in 4 anni ha consegnato tre massimi premi ad autori di origine cinese (di cui due allo stesso, per l´appunto Ang Lee).
Cominciamo quindi col dire che Lee non ha rubato nulla: il suo film può apparire patinato, eccessivamente e maliziosamente morboso, perfino furbetto, ma ha un suo rigore, una sua logica interna, è ben costruito e splendidamente recitato. E´ una pellicola, insomma, del tutto degna di vittoria, e il nostro giudizio, scritto a botta calda appena al secondo giorno di festival, non è mutato.
Certamente i concorrenti erano agguerriti, ed ognuno aveva le sue ragioni: ma un vincitore ci doveva pur essere, e insieme a questo una platea di sconfitti. E siamo abbastanza sicuri che se avesse vinto De Palma qualcuno avrebbe storto il naso dicendo che quello non è vero cinema (“e dove sono i piani sequenza?” abbiamo sentito dire al Lido dopo la proiezione di Redacted…), se avesse vinto Kechiche avrebbero protestato per l´eccessiva lunghezza e per la difficile commercializzazione dell´opera, se avessero vinto Rohmer o Greenaway ci sarebbero state levate di scudi contro l´ottuagenarietà dei premiati, e così via.
Tutto sommato la giuria non ha lavorato male, almeno per quel che riguarda la maggior parte dei premi assegnati, e altrettanto ridicole sono state le polemiche riguardanti il fatto che fosse composta solo da registi, dimenticandosi sia che questa è un´eccezione rispetto alla norma, dovuta alla volontà di omaggiare una tradizione della Mostra negli anni “giubilari”, sia di dare una risposta sensata al perché un fotografo, un pittore o uno scrittore dovrebbero essere meglio in grado di giudicare un film rispetto a un regista.
Scontato il premio alla migliore attrice per Cate Blanchett, grazie a un´interpretazione di strepitosa mimesi; scontato il Leone alla regia a De Palma, che mescola generi diversi reinventandosi come regista per un pamphlet violentissimo contro il potere distruttivo dei media; scontato un premio, qualsiasi esso fosse, al genuino affresco maghrebino di Kechiche (ma siamo sicuri che sia stata capita la cattiveria dell´intreccio?) e alla caleidoscopica non-biografia di Dylan creata da Todd Haynes; non abbiamo visto il film di Mikhalkov, ma ci fidiamo dei peana levati da quasi tutta la stampa per sottoscrivere il premio affidatogli.
Rimangono, per farci storcere davvero il naso, due situazioni, queste sì discretamente scandalose: innanzitutto la mancanza di coraggio nel premiare, in qualsivoglia maniera, lo straordinario film di Paul Haggis In the valley of Elah: forse non è stato compreso fino in fondo, forse il fatto che non sia del tutto “liberal” spaventa (e questo sarebbe sì agghiacciante, e foriero di cattivi pensieri sul conformismo dilagante), forse l´impianto rigoroso e tutto sommato hollywoodiano, seppure sui generis, ha coperto l´enormità del messaggio sottostante; certo, mandare a casa a mani vuote il creatore e gli interpreti di tale opera è francamente assurdo.
Soprattutto quando il vincitore dell´Osella per la sceneggiatura è risultato Paul Laverty per il film di Ken Loach It´s a free world, uno script stanco e svogliato, con parecchi buchi e incoerenze, e in assoluto uno dei peggiori negli ultimi anni del regista inglese: premiare lo sconclusionato Laverty e dimenticarsi dell´impianto ineccepibile della sceneggiatura di Haggis significa fare torto al significato stesso della parola cinema.
E soprattutto quando a vincere la Coppa Volpi come miglior attore è nientemeno che Brad Pitt, degnissimo interprete della malinconia crepuscolare di un Jesse James al tramonto, ma lontano anni luce dalla disperazione muta di Tommy Lee Jones in In the valley of Elah, dalla gaglioffa espressione di Martin Freeman in Nightwatching di Greenaway, dai rigorosi formalismi di un superbo Michael Caine in Sleuth, o anche dai sottotoni quasi afoni dell´antagonista Casey Affleck.
Queste sono le cose che vorremmo fossero spiegate dalla Giuria, non altre. E queste sono le macchie che resteranno, indelebili, a macchiare una Mostra che si chiude all´insegna della schizofrenica commistione di temi, e di una scelta incomprensibile dei selezionatori per quel che riguarda la “delegazione” italiana, che ha visto nel concorso ufficiale 3 film compresi tra l´inutile e il pessimo, quando esternamente sono state presentate opere interessanti come la scanzonata commedia Non pensarci, il giallo rigoroso La ragazza del lago o perfino il mockumentary introspettivo della Guzzanti, Le ragioni dell´aragosta (vincitori infatti, quasi tutti, di svariati premi collaterali).
La degna conclusione è composta da due immagini che, comunque, ci resteranno nel cuore: la felicità del messicano Rodrigo Plà che, adattando un racconto della fidanzata, ha scritto e diretto La zona, affresco cupissimo, quasi horror, di un mondo purtroppo realissimo fatto di esclusioni ed egoismi, con cui ha vinto un meritato Leone del Futuro per la miglior opera prima, e le lacrime, vere e senza sofismi o secondi fini, dell´incantevole Hafsia Herzi, vincitrice del Premio Mastroianni come miglior promessa per l´interpretazione soave nel film di Kechiche: da qui il vero cinema può ripartire, per costruire sogni che possano diventare una fantastica realtà .
Incoming search terms:
- rubagalline
- www cinemavenezia64



Caro Davide,
visto il nostro sistematico dissenso non ti stupirà leggere che non condivido alcuni punti della tua analisi. Se non vogliamo usare toni eccessivi e termini forti, diciamo che il premio al film di Ang Lee non è scandaloso, ma comunque ingiusto. Data la particolare composizione della giuria da te opportunamente sottolineata, una pellicola dallo script tanto convenzionale quanto furbo e dall’anonima confezione da esportazione non avrebbe dovuto prevalere su altre segnate da una grande personalità registica come quella esibita da Haynes in I’m not there (il mio preferito) o da Kechiche in La graine e le mulet (che peraltro trovo sopravvalatutato: realismo ostentato e dilatato al servizio di una storia meno emblematica e significativa di quanto vorrebbe essere). Deprecabile anche il premio alla fotografia di Rodrigo Prieto, curata ma insignificante: come mai in questo trionfo orientale è stato snobbato il bel lavoro dei tre direttori della fotografia di “Taiyang zhaochang shenqi (The sun also rises)”? Se proprio si doveva dare un riconoscimento collaterale al film di Ang Lee, lo si poteva assegnare alla magnifica prova ‘bogartiana’ di Tony Leung.
Sei troppo cattivo con Loach e Laverty, ma penso anch’io che la sceneggiatura di Haggis fosse di ben altra complessità ed efficacia.
Il cinema italiano può sorridere solo per il film della Guzzanti e per quello (di spessore senz’altro inferiore ma pur sempre gradevolissimo) di Zanasi. Pessimi Porporati e l’irriconoscibile Marra; Franchi è coraggioso ma troppo intellettualistico per piacere (e poi non è Bellocchio…). Una riflessione in chiusura: di fronte al panorama desolante del nostro cinema evitiamo eccessivi entusiasmi per le poche cose decenti. Perché decente e nulla più è “La ragazza del lago”: un buon cast non basta a riscattare una storia scialba girata in modo paratelevisivo. Che abbia ragione la ‘vox populi’ quando lo definisce quasi un pilot di una nuova serie con Servillo come grande anti-Zingaretti?
Grazie per lo spazio. Il sito è bello ed è un piacere che sia anche un luogo di confronto.
Al prossimo disaccordo!