Venezia 64: le parole chiave sono “padre” e “colpo di pistola”
Che la sessantaquattresima edizione della mostra del cinema fosse all’insegna del western è noto ai più. Una rassegna dedicata a quelli nostrani, un Brad Pitt in versione Jessie James e un remake giapponese dell’italiano Django in cui recita Quentin Tarantino sono cose che non sfuggono. Ma quello che più colpisce lo spettatore non sono tanto le risse nei saloon e gli spari fragorosi, quanto piuttosto una certa atmosfera da far west d’altri tempi che si è respirata nelle sale del Lido.
Ci sono personaggi solitari e duri come cowboy che bucano gli schermi, ad esempio il mr Yee di “Lust, Caution” presentato in concorso da Ang Lee o il padre testardo interpretato da Tommy Lee Jones nel film di Paul Haggis “In the valley of Elah”. Entrambe queste figure condividono un’estraneità dal mondo che li circonda, che li eleva, nonostante i loro difetti, a giudici, seppure involontari, delle vite altrui. I loro caratteri, forti e deboli al tempo stesso, condizionano i rapporti che intrecciano: entrambi amano ma in modo eccessivo, sbagliato, verrebbe da dire. Appartengono a un mondo lontano: sono qui di passaggio, proprio come i protagonisti erranti delle avventure western.
Ed è ancora questo genere a farla prepotentemente da padrone nel film di Alex Cox, presentato nella sezione Orizzonti, “Searchers 2.0” (e da un film che più western non si può come Sentieri Selvaggi, Searchers nella versione originale inglese, è ripreso il titolo). Nel viaggio che intraprendono, i protagonisti, attori falliti, non fanno altro che citare film, di genere e non. Ma non è solo il rimando letterale che conta, anzi. Anche le tematiche che emergono nei dialoghi dei protagonisti, scritti in maniera impeccabile da un regista che è prima di tutto sceneggiatore, sono riconducibili allo stesso filone. I motivi della giustizia e della vendetta, privata ma anche sociale, arrivando ad abbracciare l’attualità della guerra in Iraq, sono trattati in maniera molto approfondita, nonostante il tono comico dell’intero film. E se giustizia e vendetta sono proprio due motori fondamentali di tutta l’epopea del far west, non bisogna dimenticare che anche la guerra vi è entrata, anche se di sfuggita, basti pensare agli scontri tra nordisti e sudisti, o ai pregiudizi razziali descritti, ad esempio, in “Django”.
Come si può vedere, dunque, il tentativo è sempre più quello di scrivere storie e dialoghi che trattino temi di rilievo, ma facendoli affiorare attraverso dei personaggi forti, che ne siano in qualche modo portavoce. Insomma, al centro delle opere sono gli uomini, e non le tesi. Questo vale per il film di un emergente come Ed Ratke, in concorso nella sezione Giornate degli Autori con “The speed of life”, ma anche per il coreano “With a girl of black soil” di Jeon Soo-il, nella sezione Orizzonti, e per il cinese “The sun also rises” di Jiang Wen, della selezione ufficiale. Proprio quest’ultimo sa parlare della guerra e della sua potenza distruttiva con una poesia e una dolcezza che muovono dal riso al pianto e viceversa.
La guerra ricompare più volte, insomma. Può essere lontana nel tempo e nello spazio, a fare da sfondo o da ambientazione, come in “Atonement” di Joe Wright , ma più spesso si tratta dell’ultima (in ordine cronologico): quel conflitto iracheno che stiamo tuttora vivendo, vedendone le immagini in televisione o su internet. E allora la scelta di registi come De Palma (Redacted) e Haggis (In the valley of Elah) è proprio quella di metterci di fronte, ancora una volta, le riprese amatoriali, fatte coi telefoni cellulari, a cui siamo abituati. La riflessione si allarga, così, dalla guerra , descritta in tutto il suo orrore e analizzata alla ricerca dei motivi che la scatenano, al ruolo dei mass media nella società moderna. Il cinema non viene mai citato, eppure la questione riguarda proprio quest’arte, che vive di immagini, di cui ora siamo inondati anche attraverso mezzi, come il telefono, che non sono nati con questo scopo. E’ significativo, a questo proposito, che entrambi i loro film concorrano per il Leone d’Oro. Interessante è questa commistione tra arte e strumento dilettantistico, presente come sperimentazione anche in altri film (ad esempio “The speed of life”).
Un’altra analogia importante tra i due film è la figura paterna, protagonista nel film di Haggis e soltanto marginale in quello di De Palma.
Il padre come guida, a volte fallace, come punto di riferimento ed esempio, ma, a volte, il padre come assenza, vuoto che va colmato: è un’altra costante di questa edizione della mostra. Ratke in un incontro con gli spettatori ha sostenuto che ogni film può avere solo due protagonisti: il padre o la madre dell’autore, e i film presentati sembrano dargli ragione, a partire dal suo, in cui un bambino si inventa mille modi per racimolare i soldi sufficienti a raggiungere il padre che crede in Canada. E un altro bambino che vuole riportare a casa il presunto padre è il protagonista di “Tricks” di Andrzej Jakimowski, film dolcissimo sull’infanzia ma non solo. E’ invece adulta Valeria Solarino che interpreta Assunta, ragazza che si sostituisce alla vera figlia di un carcerato nello scrivere le lettere al padre. Salvatore Maira costruisce un film, “Valzer”, intrigante e aggraziato, anche se forse sovraccarico. Infatti a una tematica così sentita come la ricerca del padre si affianca, perdendo così vigore, il tentativo di dare un affresco completo (e preveggente visto il successivo scandalo Calciopoli) dell’Italia. Si concentra sul tema della figura paterna anche un altro film italiano, questa volta, immeritatamente, in concorso. In “Nessuna qualità agli eroi” di Paolo Franchi, si scontrano Luca (Elio Germano) in conflitto etico con il padre usuraio e Bruno (Bruno Todeschini) ossessionato dall’ombra del padre defunto. E’ proprio questo parallelo, abusato nel cinema come in letteratura, che toglie significato alla storia, facendo assumere al personaggio di Bruno un ruolo stereotipato.
Come si può notare, sono tanti, quest’anno, i bambini che fanno capolino dagli schermi. A volte, come in “Tricks”, “With a girl of black soil” o “The speed of life”, i registi scelgono di mostrarci attraverso i loro occhi il mondo, e sono le realtà difficili della Polonia e della Corea del Sud dove manca il lavoro, o gli Stati Uniti più degradati e degradanti. Altre volte i bambini si pongono come contraltare alla visione degli adulti, a dividere ciò che è giusto da ciò che non lo è, come in “It’s a free world” di Ken Loach, o in maniera meno riuscita in “Michael Clayton” di Tony Gilroy.
Del tutto assenti sono, invece, gli adolescenti. Con un salto generazionale si passa di colpo a pellicole i cui protagonisti sono trentenni alle prese con una vita tutta da sistemare. E’ il caso di Stefano (Valerio Mastandrea), Michela (Anita Caprioli) e Alberto (Giuseppe Battiston), i tre fratelli protagonisti di “Non pensarci” di Gianni Zanasi, una commedia che ha divertito moltissimo il pubblico. Pregi del film sono, infatti, una sceneggiatura serrata e una regia leggera e pulita, a parte qualche momento in cui Zanasi scivola nella banalità, come la scena d’amore con Anita sulla poltrona che gira come una trottola (o la bambola di Patti Pravo). Probabilmente non è un caso se pur non trattandosi di commedie anche gli altri film che trattano di ex-adolescenti in cerca della propria strada e della maturità, sono pervasi da un’atmosfera di ironia. Si tratta dei francesi “Un baiser, s’il te plait”, di Emmanuel Mouret, storia d’amore a incastro, e di “24 Mesures” di Jalil Lespert, racconto corale in cui i protagonisti, tutti alla ricerca della propria realizzazione, soprattutto affettiva, si sfiorano e si incrociano, proprio come gli strumenti musicali che li rappresentano. E’ interessante infatti come ogni personaggio abbia un proprio tema musicale, un proprio strumento, che si perderà nel frastuono di una discoteca.
Si può dire, dunque che il western abbia in un certo senso sdoganato il cinema di puro intrattenimento, si pensi a “The Darjeeling limited” di Wes Anderson, in concorso. E’ stato, insomma, un festival divertente, con film molto freschi, come ad esempio “Sleuth”, di Kenneth Branagh, anch’esso in concorso, in cui i dialoghi fitti di giochi di parole, opera del premio Nobel per la letteratura Harold Pinter, costituiscono un piacere assoluto, che non ha bisogno di essere giustificato dalla presenza di una morale finale.
Questo non significa, tuttavia, che manchino film impegnati. Oltre ai già citati che documentano la guerra e le difficoltà inerenti il lavoro, si segnala “La grain et le mulet” di Abdellatif Kechiche, autore anche de “La schivata”. Il regista, tunisino ma attivo in Francia, si ricollega idealmente a un altro grande regista di lingua francese (ma non solo): Sembene Ousmane. Sono state, infatti, proiettate tre opere dell’autore senegalese scomparso il 9 giugno. Notevole è la somiglianza tra il disoccupato e il carrettiere, protagonisti rispettivamente di “Manda bi” e “Borom sarret”, e Slimane, al centro del film di Kechiche, che condivide con loro quell’ingenua rassegnazione che impedisce alla povera gente di compiere un salto in alto all’interno della società.
Ecco dunque che in questa edizione si è visto di tutto, comprese le brutture gratuite de “L’histoire de Richard O” di Damien Odoul. Ma c’era da aspettarselo, perchè il cinema, e la mostra di Venezia con lui, non ha preferenze. (In effetti si sa che Marco Müller adora gli asiatici, ma è l’eccezione che conferma la regola).
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