07. Settembre 2007

Recensione: Il dolce e l’amaro di Andrea Porporati e L’ora di punta di Vincenzo Marra - Venezia 64 - In concorso

Fabrizio Gifuni e Luigi Lo CascioUn’inedita recensione in coppia, per accomunare due film italiani che sono stati presentati a Venezia, in concorso, un giorno dopo l’altro, che hanno ben poco a che spartire l’uno con l’altro ma che si possono considerare le due facce di una stessa medaglia.
Il primo, Il dolce e l’amaro, diretto dal quasi esordiente Andrea Porporati (che vanta una solida esperienza di sceneggiatore per fiction tv), narra l’ascesa del giovane Saro Scordia da picciotto, figlio di uomo d’onore, a mafioso rispettato nella Palermo degli anni ’80: la parabola del giovane comprende omicidi, rapine, una storia d’amore tormentata con una bella maestra, l’amicizia vera con un coetaneo che sceglierà di diventare giudice e quella dovuta con l’imbelle figlio del suo padrino, fino alla consapevolezza dell’assurdità delle regole mafiose e alla fuga verso il Nord.

Il secondo, L’ora di punta, il cui regista, Vincenzo Marra, ha ottenuto con i due precedenti film (Vento di terra e Ritorno a casa) vari riconoscimenti in Italia e all’estero, narra l’ambizione sfrenata di un giovane finanziere che calpesta regolamenti ed etica pur di costruirsi un’esistenza di agi e denaro, facendosi pagare tangenti dagli imprenditori cui va a fare le ispezioni, abbindolando una ricca gallerista e sfruttandone le conoscenze per avere gli appoggi politici e finanziari per intraprendere un’attività di compravendita di aziende sull’orlo del fallimento.
Entrambe sono opere, in qualche maniera, sbagliate.
Porporati si affida alle solide basi di sceneggiatore e ad un cast che lavora ad occhi chiusi (Lo Cascio, Finocchiaro, Gifuni sono un trittico che dà sicurezza) per un tema su cui ormai c’è davvero ben poco da aggiungere; e a nulla vale il fatto che di mafia si parli, in fin dei conti, solo tangenzialmente, e che si mostri al centro della vicenda la storia tragicomica di un “picciotto per caso”, con i suoi dubbi e le sue certezze farsesche, o che la freschezza della scrittura e la linearità della regia tengano in piedi abilmente la storia: è un prodotto, certo, ben confezionato e strutturato, ma sostanzialmente senza anima, e di cui non si sente la necessità.
Marra vorrebbe invece volare alto, fedele ad un cinema fatto di sguardi, di intensità, di tensioni morali, ma viene tradito dalla foga di volersi porre come pietra miliare nella spiegazione di un’Italia trafficona e faccendiera, da un gruppo di interpreti largamente inadeguato (a parte una dolente Fanny Ardant), e da dialoghi e situazioni che troppo spesso sfiorano il ridicolo (oltre a configurarsi a volte come veri e propri errori di scrittura); e allora non serve sapere usare bene gli strumenti a disposizione, né costruire placidi dolly o carrellate in avanti, se sfugge il significato delle inquadrature e non si ci si sa esprimere a livello cinematograficamente sintattico.
La medaglia dell’inizio, dunque, è la delusione: di non saper trovare temi innovativi, oppure di non saper usare i soldi finalmente messi a disposizione per raccontare una storia che invece c’è, è tutta lì davanti a noi ogni giorno. La delusione di un cinema italiano che, per quello che abbiamo visto in concorso a Venezia, non sfrutta le sue indubbie potenzialità espressive per mutare le regole del gioco, ma vi si adagia, autocompiaciuto e sottilmente moralista. La delusione di un regista come Proporati che si limita a un compitino ben fatto per avere la sufficienza (che gli riconosciamo ampiamente) ma non va oltre il proprio naso, o di un autore come Marra, che davanti a un budget finalmente ricco si perde dietro ai suoi fantasmi, e appiattisce il suo stile dietro clichè televisivi, salvo poi dilatare alcuni dialoghi con sguardi di teatrale nullità.

Commento

1. Giuliana scrive il 07 Settembre 2007 alle 17:00

Grazie, Davide! I commenti tanto negativi su un film in genere mi convincono a vederlo di persona. Hai risolto i miei problemi di scelta per quest’autunno cinematografico!

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