Recensione: Le graine et le mulet di Abdellatif Kechiche - Venezia 64 - In concorso
In una località marina del sud della Francia, un anziano lavoratore, di origine algerina, dei cantieri navali viene licenziato a causa della sua ormai scarsa produttività. E’ il momento buono per fare i conti con i propri sogni e le proprie aspirazioni, e investire la liquidazione nella risistemazione di un barcone abbandonato sul molo e la sua trasformazione in ristorante specializzato in cous-cous di pesce. Per fare questo, l’uomo chiede aiuto ai membri delle sue due famiglie: quella originaria, composta da un’ex moglie, ottima cuoca dal cuore d’oro ma ipocritamente legata ai valori tradizionali, e da una vagonata di figli e nipoti, quasi tutti con ben poche qualità, e quella successiva, composta da una compagna svogliata, proprietaria di un piccolo hotel, e dalla figlia di lei, una bellissima adolescente sveglia e volenterosa.
Nonostante lo scetticismo iniziale di banche e istituzioni (cui il vecchio si rivolge per prestiti e concessioni, e che negano qualsiasi aiuto), giunge finalmente la sera dell’inaugurazione, cui vengono invitate decine di persone. Tutto sta andando per il verso giusto, ma all’improvviso il cous cous sembra sparito. E’ il momento di prendere una decisione, e di mostrare di che pasta si è fatti; ma non tutto andrà per il verso giusto…
E’ con grande sorpresa che registriamo le levate di scudi con cui la stampa internazionale ha accolto questa terza opera del franco-algerino Bechiche (che aveva largamente deluso con l’esordio Tutta colpa di Voltaire e ben impressionato invece con il recente La schivata). Intendiamoci: in un panorama tutto sommato di media levatura, questo titolo ha tutti i crismi per risultare fra le proposte migliori viste qui a Venezia; e questo sia per la freschezza degli attori, quasi tutti non professionisti, che donano una patina di genuinità a questa vicenda di legami familiari irrisolti; sia per l’insistenza della macchina da presa di Bechiche nello scandagliare i rapporti fra i personaggi, in un realismo addirittura a volte stucchevole; sia infine per i presupposti di una storia che fin dall’inizio si allontana dai clichè delle commedie progressiste per spiriti belli (alla Guediguian, per intenderci), apparendovi coeva per larghi tratti ma discostandosene con un sottofinale e un finale in cui il distacco dalle vicende personali si fa brutale e la macchina da presa può rimanere al largo di ciò che accade, lasciando allo spettatore l’interpretazione a lui più consona di quello che realmente accadrà dopo.
Nonostante ciò, si esce dopo 155 minuti tutto sommato scorrevoli con la sensazione di avere assistito a un prodigioso, quasi shakespeariano, documentario (o anzi, mockumentary, secondo una terminologia che quest’anno a Venezia la fa da padrona) sugli intrighi familiari, che solo nel finale si risolleva alla dignità di vero e proprio film: troppo insistito l’occhio della camera sui volti dei protagonisti, troppo lunghe le singole scene (un pranzo ripreso quasi per intero, uno sfogo di una moglie tradita che dura quasi un quarto d’ora, e via dicendo), troppo improvvisati i dialoghi, spesso con continue ripetizioni che irritano anziché sottolineare il vissuto, troppo realismo più vero del vero insomma, che rovina la poesia di un assunto che, invece, è di un’inusitata cattiveria. E che, se fosse stato meglio diretto (sfilacciando il film di una buona mezz’ora, scrivendo una vera e propria sceneggiatura e costringendo gli interpreti ad aderirvi), avrebbe trasformato la pellicola da simpatico e fresco spaccato di vita familiare a tragedia epocale con sottotesti espliciti anche nell’organizzazione delle singole scene. Allora, avrebbe potuto sì concorrere con pieno merito alla conquista del Leone d’Oro. In questo caso, invece, registriamo un film di godibile presa, un regista ormai sicuro nello sguardo e nelle tematiche, e un gruppo di lavoro di raro affiatamento: ottimo per una bella serata, un po’ meno per un premio prestigioso.
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