Recensione: Le graine et le mulet di Abdellatif Kechiche – Venezia 64 – In concorso
Posted by Davide Verazzani | Posted in Venezia 2007 | Posted on 05-09-2007
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In una località marina del sud della Francia, un anziano lavoratore, di origine algerina, dei cantieri navali viene licenziato a causa della sua ormai scarsa produttività . E´ il momento buono per fare i conti con i propri sogni e le proprie aspirazioni, e investire la liquidazione nella risistemazione di un barcone abbandonato sul molo e la sua trasformazione in ristorante specializzato in cous-cous di pesce. Per fare questo, l´uomo chiede aiuto ai membri delle sue due famiglie: quella originaria, composta da un´ex moglie, ottima cuoca dal cuore d´oro ma ipocritamente legata ai valori tradizionali, e da una vagonata di figli e nipoti, quasi tutti con ben poche qualità , e quella successiva, composta da una compagna svogliata, proprietaria di un piccolo hotel, e dalla figlia di lei, una bellissima adolescente sveglia e volenterosa.
Nonostante lo scetticismo iniziale di banche e istituzioni (cui il vecchio si rivolge per prestiti e concessioni, e che negano qualsiasi aiuto), giunge finalmente la sera dell´inaugurazione, cui vengono invitate decine di persone. Tutto sta andando per il verso giusto, ma all´improvviso il cous cous sembra sparito. E´ il momento di prendere una decisione, e di mostrare di che pasta si è fatti; ma non tutto andrà per il verso giusto…
E´ con grande sorpresa che registriamo le levate di scudi con cui la stampa internazionale ha accolto questa terza opera del franco-algerino Bechiche (che aveva largamente deluso con l´esordio Tutta colpa di Voltaire e ben impressionato invece con il recente La schivata). Intendiamoci: in un panorama tutto sommato di media levatura, questo titolo ha tutti i crismi per risultare fra le proposte migliori viste qui a Venezia; e questo sia per la freschezza degli attori, quasi tutti non professionisti, che donano una patina di genuinità a questa vicenda di legami familiari irrisolti; sia per l´insistenza della macchina da presa di Bechiche nello scandagliare i rapporti fra i personaggi, in un realismo addirittura a volte stucchevole; sia infine per i presupposti di una storia che fin dall´inizio si allontana dai clichè delle commedie progressiste per spiriti belli (alla Guediguian, per intenderci), apparendovi coeva per larghi tratti ma discostandosene con un sottofinale e un finale in cui il distacco dalle vicende personali si fa brutale e la macchina da presa può rimanere al largo di ciò che accade, lasciando allo spettatore l´interpretazione a lui più consona di quello che realmente accadrà dopo.
Nonostante ciò, si esce dopo 155 minuti tutto sommato scorrevoli con la sensazione di avere assistito a un prodigioso, quasi shakespeariano, documentario (o anzi, mockumentary, secondo una terminologia che quest´anno a Venezia la fa da padrona) sugli intrighi familiari, che solo nel finale si risolleva alla dignità di vero e proprio film: troppo insistito l´occhio della camera sui volti dei protagonisti, troppo lunghe le singole scene (un pranzo ripreso quasi per intero, uno sfogo di una moglie tradita che dura quasi un quarto d´ora, e via dicendo), troppo improvvisati i dialoghi, spesso con continue ripetizioni che irritano anziché sottolineare il vissuto, troppo realismo più vero del vero insomma, che rovina la poesia di un assunto che, invece, è di un´inusitata cattiveria. E che, se fosse stato meglio diretto (sfilacciando il film di una buona mezz´ora, scrivendo una vera e propria sceneggiatura e costringendo gli interpreti ad aderirvi), avrebbe trasformato la pellicola da simpatico e fresco spaccato di vita familiare a tragedia epocale con sottotesti espliciti anche nell´organizzazione delle singole scene. Allora, avrebbe potuto sì concorrere con pieno merito alla conquista del Leone d´Oro. In questo caso, invece, registriamo un film di godibile presa, un regista ormai sicuro nello sguardo e nelle tematiche, e un gruppo di lavoro di raro affiatamento: ottimo per una bella serata, un po´ meno per un premio prestigioso.


