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Recensione: I’m not there di Todd Haynes – Venezia 64 – In concorso

Posted by Davide Verazzani | Posted in Venezia 2007 | Posted on 04-09-2007

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imnottherelocandina1.miniatura Recensione: Im not there di Todd Haynes   Venezia 64   In concorsoLa vita di Bob Dylan, dagli esordi nel Greenwich Village alla metà  degli anni ´70, attraverso l´incontro con i Beatles, la svolta rock a Newport nel 1964, la scoperta della religione e del misticismo. Questa è la sinossi del ponderoso film con cui Todd Haynes partecipa al concorso veneziano: forzatamente asciutta e con pochi fronzoli, a parlarne. Ben diversa invece, nell´approccio e nella realizzazione…

Il regista americano, per avvicinare il Mito, si basa sulla sua biografia, recentemente uscita in tutto il mondo. e vi applica gli stilemi del suo cinema filologicamente ultracorretto fino a diventare fotocopia di una visione del mondo (ripensiamo alla straordinaria aderenza al mondo di Sirk con il precedente Far from heaven, in concorso qui a Venezia nel 2004, e alla agiografia del glam di Velvet Goldmine). Ne scaturisce una pellicola di proporzioni notevoli che non vuole e non può esaurire tutto lo scibile su Dylan, ma che presenta una weltanschaung sul folletto di Duluth indubbiamente affascinante.
Haynes, infatti, divide l´anima del cantante in 6 sottosezioni, e sceglie personaggi e attori ad hoc per ognuna di queste: c´è la ricerca sulla canzone tradizionale, vista attraverso gli occhi di un fanciullesco Woody Guthrie nero che gira l´America sui vagoni merci con la sua chitarra programmatica (“This machine kills fascists” c´è scritto sul fodero), c´è la giovane star del Village alle prese con il folk e i primi turbamenti, c´è il cantante impegnato e compreso nel ruolo che lancia messaggi consapevoli, c´è il Poeta spettinato che si fa chiamare Arthur Rimbaud, c´è la rockstar che vira verso il rock (con una scena memorabile in cui la violenza di tale passaggio è data da una scarica di mitragliatrici scagliata sul pubblico da Dylan e i membri della sua band) e partecipa alle rutilanti feste dello showbiz, e infine c´è un invecchiato Billy the Kid vestito come un clochard. Il film mischia le immagini di tutte le anime di Dylan, e ne è la somma, attraverso una visionarietà  di non semplice lettura e l´uso quasi esclusivo di una voce fuori campo che lega le varie sequenze (all´interno delle quali vi sono anche vere e finte interviste a conoscenti o amici di Dylan): con tali accorgimenti, la propensione quasi documentaristica del film viene scavalcata abilmente, ma ciò, pur rendendo onore alla sua indubbia originalità , va a scapito della fruizione. Certe frasi o situazioni sono “only for fans”, e la voce di raccordo spesso utilizza frammenti dei testi dylaninani per dipingere le scene (rendendo fra l´altro di dubbia utilità  la traduzione in una lingua diversa dall´inglese).
Da un lato, quindi, si plaude alla scelta, da parte di Haynes, di un approccio umile ma non scontato alla biografia di un uomo che cambiato il mondo con la forza delle sue canzoni, e alle interpretazioni di attori che incarnano le anime del Mito con abnegazione a volte potente (è il caso soprattutto della assolutamente straordinaria Cate Blanchett, più Dylan del Dylan stesso nel periodo rock); dall´altro, il racconto è a volte sfilacciato e senza un filo logico, e la forza delle parole di stampo filosofico si perde nella lisergica violenza di alcune immagini senza riuscire a ricomporsi con esse.

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