Recensione: Cassandra’s Dream di Woody Allen – Venezia 64 – Fuori concorso – Venezia maestri
Posted by Tullio Di Francesco | Posted in Venezia 2007 | Posted on 04-09-2007
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La prima volta che li incontriamo, Ian e Terry sono intenti a comprare una barca: la chiameranno “Cassandra´s Dream”. È il simbolo evidente, per i due fratelli, della voglia di fuggire da una realtà di ristrettezze economiche, con un padre che gestisce con difficoltà un ristorante –reduce da un infarto e da un fallimento –, e una madre che rinfaccia loro continuamente il successo del fratello, chirurgo plastico con cliniche sparse un po´ in tutto il mondo. Ian aiuta il padre nella gestione del ristorante ma progetta grossi investimenti per il futuro, inoltre ha appena conosciuto Angela, una giovane attrice molto attraente che vuole sfondare nel cinema. Terry, invece, lavora in un´autofficina ma ha il vizio del gioco, pericoloso in un giovane che vuole comprare casa con la compagna. Fortuna che la famiglia è legata da un affetto molto profondo, e può contare sull´aiuto economico dello zio Howard per uscire dalle difficoltà . Finché, un giorno, è proprio lo zio a chiedere un favore ai nipoti, ed è un favore di quelli grossi, la cui esecuzione comporta l´ergastolo, nel caso si venga scoperti. Ian e Terry devono prendere una decisione ben sapendo che il rifiuto significherebbe essere banditi dallo zio. È proprio a bordo del “Sogno di Cassandra” che si giocherà la battuta finale del loro dramma…
Cassandra aveva il dono di preannunciare le sventure. Ed è proprio questo il filo conduttore del nuovo film di Woody Allen, che mai nel suo cinema ha nascosto la passione per il teatro e la tragedia greca. Perché farlo ora che la sua vena creativa si è rinverdita con la riscoperta del noir e i fasti di Match Point? Difatti, anche Cassandra´s Dream, dopo il già citato film e Scoop, è ambientato a Londra e segnerebbe l´ultimo capitolo di un´ideale trilogia con ambientazione la capitale inglese (il prossimo lavoro dell´ormai cosmopolita Allen sarà girato in Spagna), mentre, come il primo, affronta una storia dagli esiti drammatici.
Ad Allen, classe 1935, va riconosciuto il merito, alla sua età , di essersi saputo reinventare come neanche un giovane regista sa fare. Non che anche prima non avesse toccato le corde del dramma (Interiors, Crimini e misfatti, Mariti e mogli, solo per nominarne alcuni), ma anche lì eravamo pur sempre all´interno di un universo alleniano con i suoi tic e le sue fissazioni ben riconoscibili. Perfino quando l´autore si ritirava dietro la macchina da presa, i suoi attori sembravano mimarne la tipica recitazione nervosa e ricalcare il modello del nevrotico. Con la sua apertura geografica al mondo esterno, Allen, pur rimanendo fedele a cifre e stilemi personali, sembra aver aperto anche le sue corde a temi e atmosfere più universali come la rapacità , l´opportunismo, il rampantismo.
Per comprendere come stia cambiando il suo modo di intendere il cinema si pensi non tanto al casting – come sempre perfetto nei film di Allen –, ma piuttosto a come sia scevra di stigmate alleniane la recitazione dei due protagonisti Ewan McGregor e Colin Farrell. Si pensi alla rinuncia al suo beneamato medley di musica jazz per la scelta (penso di poter dire per la prima volta dai film della prima metà degli anni Settanta) di una tradizionale partitura musicale, affidata agli inesorabili, ossessivi archi di Philip Glass. Si pensi al (definitivo?, se Allen decidesse di non tornare più a filmare a New York) abbandono della dimensione ebraica come chiave di interpretazione del mondo. È come se Woody fosse uscito dal suo universo intellettuale per calarsi in quello passionale di un Fritz Lang o di un Erich von Stroheim.
Poi, però, la visione di Cassandra´s Dream lascia dentro un senso di insoddisfazione, e ti rendi conto che il problema è proprio la programmatica ineluttabilità del suo intreccio. Se Match Point scatenava interrogativi, lasciava con il fiato in sospeso sul filo della suspense e poneva un dilemma etico ben preciso (è giusto che il delinquente la passi liscia?), la linearità della trama del nuovo film di Allen è talmente esemplare nella sua parabola di ascesa/crimine/dannazione da non creare alcuna aspettativa nello spettatore, anzi da condurlo a prevederne la fine prima del tempo. Tanto da far sorgere una domanda ben precisa: non è che, così come aveva il suo “marchio” di fabbrica nella commedia, ora anche nel giallo Allen ha trovato una formula nella quale adagiarsi? Non sarà diventato già manierato alla seconda regia del suo nuovo corso (dopo l´intervallo rappresentato da Scoop)? Ai posteri l´ardua sentenza.


