Recensione: Lust, caution di Ang Lee - Venezia 64 - in concorso
Nella Shanghai del 1942 occupata dai giapponesi, una giovane donna diventa amica di un gruppo di signore alto-borghesi, da cui viene ospitata e con cui gioca quotidianamente a mahjong, ed entra così in relazione con il marito della padrona di casa, il temibile Mr. Yee, un cinese collaborazionista a capo dei servizi segreti. La ragazza, che ha assunto un nome fittizio, si chiama in realtà Wang Chiah Chih, e fa parte di un gruppo di giovani universitari, membri di un gruppo teatrale, che già 4 anni prima ad Hong Kong hanno tentato invano di eliminare Yee e che al momento sono in contatto con la Resistenza organizzata; il suo obiettivo è quello di diventare l’amante di Yee, per abbassare le sue difese e poterlo far colpire dai sicari della resistenza, ma il rapporto fra i due si fa più intenso fino a sfiorare un vero e proprio amore. E quando Yee dimostra il proprio sentimento regalando alla ragazza un anello di diamanti di incredibile valore, la situazione precipita…
Ang Lee torna a Venezia in concorso due anni dopo avere vinto il Leone d’Oro con Brokeback Mountain con una storia allo stesso modo passionale e torbida. Certo, la giuria della Mostra potrà soprassedere dinanzi al premio vinto nel 2005, e candidare il regista taiwanese al massimo premio, ma dubitiamo che questo accadrà; e questo ci dispiace, perché fra le due pellicole quest’ultima vince nettamente il confronto, sia per abilità espressiva, sia per una maggiore linearità della vicenda, sia infine per la capacità di trasmettere emozioni anche attraverso un melodramma tragico in cui nulla è lasciato alla lacrima facile (al contrario di quanto accadeva nella liaison fra i due cowboy di Brokeback mountain). Fedele al rigore formale e alla freddezza quasi programmatica del suo fare cinema, Lee sa avvincere nonostante una lunghezza forse eccessiva (circa 2 ore e mezza di film, quasi senza cedimenti), grazie anche, se non soprattutto, all’apporto di due interpreti decisamente straordinari che sanno dare voce alla passione con coinvolgimento totale; e se Tony Leung (un mr. Yee diabolicamente affascinante, capace di fremere d’amore con un’espressione quasi attonita) era una carta vincente fin dall’inizio, a stupire è l’esordiente Tang Wei, giovanissima attrice di teatro che, perfettamente a suo agio in un ruolo ambiguo e complicato, sa donare a Chiah Chihi la freschezza di un sorriso malizioso i turbamenti di un’anima che sta crescendo.
Lee sembra avere trovato nel libro di Eileen Chang, di cui il film è l’adattamento, il logico proseguimento della sua poetica, quasi sempre incentrata sui turbamenti del cuore, e giunge all’estremizzazione del concetto attraverso scene di sesso esplicito che si inseriscono perfettamente in una vicenda in cui i piaceri della carne sono funzionali al cambiamento dei due protagonisti, mostrandone i punti deboli e le incongruenze. La scoperta dell’altro-da-sé, che lei ricerca chiudendosi spesso nei cinema a piagnucolare sulle commedie romantiche americane e che lui vede come espressione del suo potere, diventa una situazione deflagrante alla quale non si può porre rimedio se non con decisioni estreme. Lee mostra l’assoluto dell’amore negli sguardi timorosi e carichi di desiderio di una prima cena in un ristorante deserto, nella violenza di un primo amplesso in cui non si capisce chi sia il vinto e chi il vincitore, nella sorpresa di un’emozione che si pensava impossibile da sentire, nella difficoltà del contatto fisico, nella continua ricerca di una supremazia fra i due amanti che si tramuta in un viaggio verso il piacere estremo. Ed infine, al termine di tutto questo, c’è solo una cosa da fare: lasciarsi andare, e affrontare perfino il peggio con un sorriso beffardo (come fa Chiah Chihi) o con la rabbia dell’ineluttabilità (come è costretto a fare Yee).
E certo, bisogna fare attenzione alla lussuria, come recita il titolo, ma abbandonarvisi è dolce tanto quanto è pericoloso.
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