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Recensione: Il dolce e l’amaro di Andrea Porporati e L’ora

Un´inedita recensione in coppia, per accomunare due film italiani che sono stati presentati a Venezia, in concorso, un giorno dopo l´altro, che hanno ben poco a che spartire l´uno con l´altro ma che si possono considerare le due facce di una stessa medaglia. Il primo, Il dolce e l´amaro, diretto...

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Recensione: Sleuth di Kenneth Branagh – Venezia 64 – In concorso

Posted by Davide Verazzani | Posted in Venezia 2007 | Posted on 30-08-2007

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sleuth Recensione: Sleuth di Kenneth Branagh   Venezia 64   In concorsoAndrew Wyke, anziano scrittore di successo che vive da eremita in un castello mega-tecnologico, riceve la visita di Milo Tindle, giovane parrucchiere sedicente attore che ha una relazione con Maggie, moglie di Wyke. Scopo della visita del giovane è quello di convincere lo scrittore a concedere il divorzio alla moglie. Inizialmente l´anziano uomo sembra acconsentire alla richiesta, previo premio derivante da un finto furto di gioielli con scasso (e relativa truffa all´assicurazione) che Tindle dovrebbe compiere la sera stessa nella magione di Wyke; ma la manovra è solo l´inizio di una virtuale partita di tennis (seguendo la terminologia dei due uomini) che diventa un vero e proprio gioco al massacro di cui non si riesce a indovinare il vincitore. Intanto, una macchina si sta avvicinando alla casa: è Maggie che sta tornando?

Jude Law, produttore della pellicola e fautore in primis del progetto, tiene a precisare che il film non è un remake dell´omonimo girato da Mankiewicz nel 1972 (e suo ultimo lungometraggio, fra l´altro), sia perché l´adattamento per lo schermo è stato scritto dal drammaturgo premio Nobel Harold Pinter, che non ha mai visto il film di Mankiewicz, sia per lo svolgimento più breve e teatrale della vicenda. La presenza in entrambi i film, in ruoli ovviamente rovesciati, di Michael Caine, non avvalora l´ipotesi, ma l´apporto di Pinter ha sicuramente fornito un impianto drammaturgico più marcato rispetto a quello dello stesso ANthony Shffer, atore della piece originaria e sceneggiatore del film originale.
Branagh supera lo scoglio del teatro-cinema con inquadrature sghembe e sfocate, con primissimi piani coinvolgenti e con una scenografia ipertecnologica che sembra quasi essere un terzo interprete tout court. E in effetti, all´interno del gioco fra i due uomini, la tecnologia gioca un ruolo pressante, a partire dall´apertura del film, che inizia con la visione di uno schermo tv in cui vengono presentate le inquadrature di videocamere di sicurezza della casa. Non viene spiegata la ragione dell´insistenza sui particolari futuristici (un potere occulto? Un grande fratello che ci segue ovunque? Un mostro da cui dipendiamo e di cui non possiamo più fare a meno?), e forse è questa la parte meno riuscita di un film che è invece una fantastica e imprevedibile gara di bravura fra un grande vecchio come Michael Caine e un giovane come Jude Law che molti, forse improvvidamente, vedono come suo possibile erede; inutile dire che la sfida è vinta in maniera nettissima dal primo, capace di vitalizzare anche un soffio che esce dalle sue labbra senza mostrare la benché minima emozione facciale, mentre il giovane Law spesso trascende nel tentativo di avvicinarsi all’arte del maestro.
La scrittura di Pinter, elegante anche se a volte un po´ troppo debitrice del “teatro dell´assurdo” di cui lui stesso è capostipite insieme a Beckett, districa con naturalezza i fili, vagamente intricati, della vicenda, abilmente non dissipando i molti dubbi che si dipanano intorno alle personalità  dei due uomini, e anzi aggiungendo, rispetto all´originale, il tema dell´omosessualità , latente fin dalle prime inquadrature, che viene sfiorato senza enfasi né retorica.
Il risultato è un film che ha il pathos di una partita di scacchi: gelido, distaccato ma affascinante nella sua instabilità  vitale, e proprio per questo lontanissimo dai premi maggiori, ma con un Caine che, con la sua straordinaria fissità , si candida fin d´ora alla Coppa Volpi come miglior attore.

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