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LOCARNO 2007: IL GIORNO DELL’AMORE

Posted by Davide Verazzani | Posted in Locarno 2007 | Posted on 09-08-2007

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logo festival locarno1 LOCARNO 2007: IL GIORNO DELLAMOREE chi se ne frega se continua a piovere? Io ballo e canto sotto la pioggia, sotto la grande tempesta inviata da Zeus, attraversando impavido la Piazza Grande o correndo sulla scivolosa passerella di legno verso il Fevi, costretto a fumare appollaiato sotto la tettoia del Kursaal assieme agli amici giornalisti…e sapete perché? Perché oggi è il giorno dell´ammmmore! E tutto si dimentica, allora!
Certo le sfaccettature del sentimento sono tante e varie, cosi´ come le facce del Festival.

E allora cominciamo con il delizioso film francese Sous les toits de Paris, nuova opera del regista curdo Hiner Saleem (che aveva impressionato nel 2003 a Venezia con l´arguto Vodka lemon). Il vecchio Marcel vive da solo in un attico senza riscaldamento né bagno, e trascorre le sue giornate con l´amico Amar, a girare per Parigi, fare il bagno in piscina (pretesto per lavarsi!) e a mangiare nel bistrot dove lavora la piacente Therese, innamorata dei suoi occhi furbi. Quando Amar se ne va, il peso degli anni si accanisce su di lui di colpo; a nulla valgono le visite sporadiche di Therese e l´amicizia tenera con una giovane ragazza il cui fidanzato è morto nell´appartamento a fianco al suo per overdose: Marcel accetterà  la fine della propria vita, circondato comunque dall´affetto di chi gli vuole veramente bene. Saleem confeziona una pellicola in fortissimo odore di premio, utilizzando alla grande un gigantesco Michel Piccoli (che riceverà  oggi il Grand Prix del Festival per la sua luminosa carriera) e preferendo la metafora degli sguardi alla certezza delle parole; le scene, spesso senza dialoghi, posseggono una poesia ricca di calore e umanità , e in piu´ di un caso strappano applausi di commozione sincera. Il ritmo favolistico dell´insieme è in parte rotto da un finale strappato via, ma rimane la piacevolissima sensazione di aver assistito a un piccolo (o anche grande, perché no?) capolavoro, capace di stigmatizzare con legittima indignazione la mancanza di solidarietà  del giorno d´oggi senza sottolineature eccessive né scadimenti nella retorica, ed anzi creando un mondo di rapporti veri fatto di occhiate e gesti misurati.
L´amore che non accetta una fine permea l´altro titolo in concorso, l´argentino Las vidas posibles, opera prima di Sandra Gugliotta che ha richiesto una lunghissima gestazione a causa della mancanza di finanziamenti per poter concludere le riprese. Sarebbe stato un peccato non vedere le peripezie di Carla alla ricerca del marito scomparso in Patagonia, che non ne accetta la morte nemmeno dinanzi all´evidenza perché è convinta di averlo ritrovato in un somigliantissimo agente immobiliare locale in crisi con la moglie: sorta di melo´ metafisico, il film infatti ha un fascino molto particolare, che si esprime nei suoi lunghi silenzi, nella narrazione comunque realistica nonostante le ellissi di scrittura, nei paesaggi ghiacciati dell´Argentina del Sud che sottolineano la fine dell´amore possibile. L´ottima recitazione della protagonista Ana Celentano (non ci stupiremmo se ricevesse un premio dalla giuria, dopodomani) si innesta in una vicenda gelidamente appassionante, che deve molto all´Antonioni anni ´60 ma che ha una sua interessante originalità  di fondo.
L´amore per una moglie lasciata troppo in fretta dopo la morte dell´amatissima figlioletta per una malattia incurabile sta alla base degli incubi di 1408, che lo svedese trapiantato a Hollywood Mikael Hafstrom ha tratto dall´omonimo racconto di Stephen King. Lo scrittore Mike Enslin, specializzatosi in libri sui fenomeni paranormali dopo un promettente avvio letterario, riceve una cartolina dal Dolphin Hotel di New York (luogo in cui non è piu´ tornato dopo la morte della figlia Kate) che lo invita a “non” andare nella stanza numero 1408. Ovviamente, lo scrittore accetta la sfida e si presenta al Dolphin per trascorrervi una notte, invano dissuaso dal direttore dell´albergo. Passerà  una notte di tregenda, in cui dovrà  far fronte non solo ai fantasmi di chi è morto suicida in quella stanza, ma anche e soprattutto ai propri incubi interiori. Vista la molto probabile uscita nella sale (data anche la presenza di attori del calibro di John Cusack e Samuel Jackson), non anticipero´ il finale del film. Di certo, tutto l´armamentario possibile di visioni spaventose viene offerto in pompa magna, con il pregio di non farlo virare verso lo splatter ma anzi di mantenersi in una dignitosa tensione psicologica; il paragone con Shining è immediato nella testa di chi osserva, ma oggettivamente ingeneroso: ove Kubrick stravolge il testo di King per mostrare le proprie ossessioni di genio, qui Hafstrom si limita a un compitino di discreta fattura, con piccolo colpo di scena finale e la capacità  di far sobbalzare il giusto nei momenti giusti. Il prezzo da pagare per due ore di spaventi è l´ennesimo inno alla bellezza della famiglia, americanamente intesa: non ne sentivamo francamente il bisogno, e cio´ toglie molti punti all´interesse della pellicola ed anche alla sua efficacia.
Amore per sé stessi e per gli altri, amore universale, amore come rispetto di sé e della natura, amore di padre e figlio: eccoli i temi di The drummer, toccante pellicola dell´hongkonghese Kenneth Bi in visione stasera in Piazza Grande. Attraverso la trasformazione generazionale di Sid da giovane e scapestrato figlio di un piccolo gangster locale a misurato ed esperto suonatore di tamburo del gruppo Zen Drummers (ensemble taiwanese che vive nella foresta in stato quasi monacale per poi partecipare a tournee che riempiono i teatri di mezzo mondo), il regista mostra un percorso iniziatico di coinvolgente profondità , e riesce nello scopo mischiando le necessità  narrative di un gangster-movie con l´ironia leggera della commedia, senza banalizzare la saggezza degli antichi maestri zen né tralasciare l´indispensabile lavoro sull´anima in subbuglio di Sid. Un film emozionante, che sa toccare molti temi con la caparbia leggerezza dei monaci orientali: personalmente, uno dei maggiori candidati al Premio del Pubblico per la Piazza Grande.
Un ultimo accenno a Imatra, breve docu-fiction del toscano Corso Salani in concorso nei Cineasti del Presente: attraverso il tentativo di un regista di documentari di rinsaldare il rapporto in crisi con la fidanzata spagnola, scappata a Imatra, cittadina al confine tra Finlandia e Russia, Salani mostra lo spaccato di una vita “ai confini del mondo conosciuto”. Il film fa parte di un progetto di docu-fiction dedicato ai luoghi sperduti dell´Europa chiamato Borders of Europe, diretto dallo stesso regista italiano, in cui sono coinvolti registi di vari paesi, e, a parte alcuni commenti caustici verso la grande industria cartaria che dà  lavoro al 30% degli abitanti, non è niente di speciale né di particolarmente innovativo; piace la delicata storia d´amore sottesa al progetto (la cui fine rimane sospesa), ma nulla di piu´.

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…e come al solito si vive di rimpianti, leggendo questi commenti giornalieri, per i film che si sono persi, che non si vedranno mai nella nostra scapestrata patria grazie all’egida Medusa & Co. che copre il 70% del suo potere all’80% di pellicole americane sempre più di dubbio gusto e d’incerto futuro, evitando tutto ciò che potrebbe stampigliarsi nella nostra memoria ed indurci a pensare, a provare emozioni autentiche e non di imitazione televisiva, a godere davvero della visione di una pellicola che ci dice della vita ciò che l’entertainment purò non potrà mai nemmeno lontanamente suggerirci.
Grazie per ricordarci, giorno dopo giorno, che esiste ancora un cinema che sa dire, che sa dar valore al concetto stesso di cinema e che rivela la povertà di offerta delle nostre sale.

Heiko H. Caimi

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