LOCARNO 2007: IL GIORNO DEL MISTERO
Posted by Davide Verazzani | Posted in Cinema, Locarno 2007 | Posted on 07-08-2007
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L´orgoglio svizzero non conosce confini: per celebrare degnamente la Giornata del Cinema Svizzero, gli organizzatori non solo hanno ricoperto di scritte biancorosse i cartelli che indicano i luoghi del Festival, ma hanno perfino ricolorato con i cromatismi nazionali il leopardo che passeggia nel video di presentazione dei film, che oggi ha un delicato manto biancorosso anziché giallo-nero!
E mentre su Locarno calano le prime ombre di una sera che si annuncia bagnata di pioggia, il mistero fa capolino fra i titoli presentati in questa giornata programmaticamente elvetica.
Un mistero che alligna in I was a swiss banker, film della rassegna Appellations Suisse dal titolo curioso e dalla trama ancor piu´ bizzarra: Roger Caviezel, abituato a trasportare denaro sporco fra Germania e Svizzera, per sfuggire alle grinfie dei doganieri che l´hanno pizzicato alla frontiera decide di gettarsi nel Lago di Costanza con appresso una borsone stracolmo di contanti; finirà in un mondo fiabesco, popolato da sirene sinuose che cercano di salvarlo e streghe cattive ma affascinanti che lo sottopongono a prove d´amore, grazie alle quali Roger troverà forse una dimensione piu´ umana. Nonostante abbia un´andatura fantasy, la pellicola non mostra la classica iconografia del genere, e questo di per sé non è un limite; avrebbe potuto essere anzi un punto di forza, se il film non fosse deludente in virtu´ di una narrazione a tentoni, dell´evidente incapacità del protagonista Beat Marti a entrare in un ruolo che avrebbe meritato ben altro spessore attoriale, e della crescente banalizzazione di un´idea di fondo altrimenti interessante.
Misteriose le vite ripetitive dei due protagonisti del giapponese Ai no yokan, girato dal veterano Masahiro Kobayashi, già a Cannes fra il 1999 e il 2005 con quattro titoli e a Locarno nel 2003 con Amazing story. Noriko e Junichi, uniti da un terribile incidente (la figlia di lei ha ucciso la figlia di lui in un impeto di follia), fanno finta di non riconoscersi e per il resto vivono un´esistenza senza senso, riempita solo dalla ripetizione di gesti che sembrano essere quelli di due automi. Ma qualcosa all´improvviso cambia, e due esseri che avevano scelto di emarginarsi anche dala vita riprendono a sperare, legandosi l´un l´altro come spinti da una forza irrefrenabile. Ecco il tipico film da festival, che mette a dura prova anche la tempra degli stoici frequentatori abituali delle rassegne con un´ora e mezza di silenzi e solitudini che alla lunga farebbero perdere la pazienza a chiunque. Nulla da eccepire su un piano strettamente formale (e d´altronde il cinema giapponese ci ha abituato a opere ineccepibili da questo punto di vista), ma di certo ci si chiede a quali domande abbia voluto rispondere il regista nel progettare un´opera simile, e che tipo di reazione si aspetta dal pubblico che lo va a vedere. Sempre ammesso che, perfino in patria, riesca ad avere un pubblico pagante al di là delle varie rassegne cui puo´ venire ammesso.
Mistero misteriosissimo quello dell´altro film in concorso, l´americano Joshua, che narra di una famiglia dell´Upper East Side in cui si introduce una forza diabolica al nascere della seconda figlia Lily: morti sospette (il cane, il criceto, perfino la nonna), rumori al piano di sopra, apparizioni e sparizioni improvvise, rendono la vita impossibile ai genitori, e il primogenito Joshua, un bimbo geniale e introverso, comincia a comportarsi in modo strano. Finirà male per tutti. Mischiando tutto il mischiabile, dalle evocazioni luciferine di Rosemary´s baby alle presenze terrificanti di Blair witch project agli “ospiti” inquietanti dei vari film con le case stregate, il regista George Ratliff confezione un pasticcio che ha il solo pregio di non utilizzare effettacci di bassa lega, ma il grande difetto di una pretenziosità di fondo e di una anormalità di base che evita allo spettatore qualsiasi tipo di sorpresa; l´ambiguità nei comportamenti dei personaggi non viene adeguatamente sfruttata, privilegiando l´aspetto misterico della vicenda (certamente piu´ sfruttabile commercialmente) ma lasciando a questo punto a meta´ gli sviluppi di un plot che avrebbe meritato una sceneggiatura piu´ attenta. Peccato per l´ottimo lavoro svolto dai due interpreti principali, una dolente Vera Farmiga e un Sam Rockwell perfettamente in palla, e per una fotografia eccellente, che muta la sensazione dei luoghi a seconda dell´andamento della storia.
Visto, ahimè, solo di sfuggita un interessante documentario su un regista misterioso per antonomasia, l´amato/odiato David Lynch. Misterioso gia´ nel nome del realizzatore, un ex fotografo di moda che si firma sotto lo pseudonimo di “blackANDwhite”, il film (un lungometraggio di 84 minuti) mostra Lynch alle prese con le riprese e il montaggio della sua ultima opera, Inland empire. BlackANDwhite ha condiviso 2 anni di vita con Lynch, e ha potuto quindi mostrarci il regista non solo sul set, ma anche nel ruolo di pittore, webmaster, praticante di meditazione trascendentale: il tutto confluisce nel processo creativo colmo di follia e confusione cui il documentario rende omaggio. Nulla di spiegato, ovvio, come del resto ben poco di spiegabile c´è nelle creazioni cinematografiche di Lynch: prendere o lasciare, e anche in questo caso, quasi ipnotizzati, si prende. Salvo poi chiedersi il perché. Ma il mistero è tale proprio perché è senza spiegazione. Abbracciarlo è una folle ipotesi, lasciarlo una difficile soluzione.


