06. Agosto 2007

LOCARNO 2007: IL GIORNO DELLA DESOLAZIONE

logo_festival_locarno1.jpgLa musica è finita, gli amici se ne vanno, recitava una vecchia canzone.
I fasti del fine settimana, gli arrivi e le partenze di star riconoscibili anche dai semplici aficionados dei negozietti di prodotti tipici delle viuzze che circondano la Piazza Grande, le presentazioni di pellicole gustose anche commercialmente sono solo un ricordo.
Ma non per questo il Festival si conclude: anzi, può continuare all’insegna dell’invisibile, marchio di fabbrica locarnese sempre più attuale in questa edizione che, fino a ieri almeno, non aveva ancora visto una grossa delusione fra i titoli presentati nelle varie competizioni, ma nemmeno un’opera talmente forte da essere capace di superare i ristretti confini festivalieri per approdare sui grandi schermi di casa nostra.
E le pellicole presentate oggi non si discostano da quanto detto finora, pur avendo un tema che fa da sottotesto alla giornata e che certamente non fa propendere verso pensieri lievi.

La desolazione esistenziale è quella che permea l’austro-lussemburghese Freigesprochen, melodramma sulle coincidenze negative del destino che hanno fatto sì che un irreprensibile capostazione, distratto dalle moine di un’avvenente visitatrice, abbia causato un disastro ferroviario di proporzioni immani, con 22 morti e centinaia di feriti. Anche se assolto al processo che ne segue, l’uomo non sa darsi pace e, nonostante continui la relazione con la donna, non riesce a trovare tranquillità nemmeno nelle gioie carnali. L’isolamento dal resto del mondo che ne deriva è forse la colpa che deve espiare per un solo attimo di fatalità. Tratto dalla piece teatrale Der jungste Tag di Odon von Horvath, e girato con vibranti toni chiaroscurali dal quarantenne viennese Peter Payer, il film è una commossa elegia di pentimento, dai ritmi quasi religiosoi, pur senza lasciarsi andare a estremizzazioni o banalità di sorta. Ben interpretato da Franz Giering e Lavinia Wilson, si candida alla vittoria di un premio grazie alla sospensione delle immagini e a una sceneggiatura molto letteraria che fa risaltare non solo le origini teatrali, ma anche la drammaticità della vita dei protagonisti.
La desolazione della solitudine si intreccia a un destino glorioso in Capitaine Achab, bizzarro omaggio alla figura dell’antagonista di Moby Dick. Il regista francese Philippe Ramos immagina un Achab bambino, orfano e vessato da una zia crudele; il piccolo scappa di casa, lasciando intendere di essere morto, scopre l’amore per il mare e diventa il temibile e coraggioso Capitano Achab, fiero avversario di un mostro immenso come la balena bianca. Il regista sceglie i tratti dell’intimismo per tratteggiare la figura di Achab, inventandosi una vita intera che parte dal libro di Melville per andare a ritroso a scovare le motivazioni dell’uomo, e lo fa dividendo il film in 5 bozzetti punteggiati da voci fuori campo, inserendo un anacronismo attraverso l’alternanza musicale fra brani di Faurè e pop-hits inglesi, e saltando da un registro di emotiva partecipazione ad uno di quasi comicità. Vi è forse troppa carne al fuoco, o forse il personaggio stesso è talmente gigantesco da non poter essere facilmente ridotto in uno schema qualsivoglia: di certo l’ossessione di Ramos per Achab è sincera (il regista già nel 2003 ha dedicato alla figura del capitano un cortometraggio dallo stesso titolo), e traspare dalla presentazione stessa del personaggio.
La desolazione di essere italiani, invece, e di non riuscire a parlare bene di un film italiano (e questo a Locarno, ahimè, avviene da un po’ troppo tempo) è quello che ho pensato osservando Tagliare le parti in grigio, incredibilmente in concorso per la sezione Cineasti del Presente. La ricetta è semplice: prendete 2 ragazze (una belloccia e provocante, l’altra sempliciotta e burrosa) e 1 ragazzo (belloccio ma tormentato, tipo il giovane William Hurt), fate in modo che si risveglino dal coma nello stesso ospedale dopo un terribile incidente stradale di cui non ricordano nulla, fate in modo che si conoscano e comincino un menage a trois in cui il sesso sia formalmente bandito (solo formalmente, eh!) ma le paranoie di qualsiasi tipo no, inserite un dramma socio-politico qualsiasi purchè sia colmo di violenza e sensi di colpa (in questo caso, la guerra in Bosnia, di cui il ragazzo spiega le vicende in un seminario universitario), siate attuali, mi raccomando (e allora vanno bene, come nel film, le performance di body art, il sado-maso, il teatro d’avanguardia), gettateci dentro un po’ d’amore a caso, un bacio saffico che male non ci sta e la pazzia latente, mescolate con cura ma attenzione: fate in modo di non saper scrivere una sceneggiatura decente e di non indovinare un’inquadratura, che magari pensano che sapete fare il vostro mestiere. Il risultato è un film desolante sotto ogni punto di vista, presuntuoso a partire dal pauperismo esibito (macchina digitale, luci d’ambiente, attori inesperti provenienti da scuole di teatro o da altre forme d’arte), dai paurosi buchi di sceneggiatura sbattuti in faccia come una conquista autorale, dalla volgarità dell’inserimento nella vicenda di foto e filmati di repertorio che testimoniano gli orrori della pulizia etnica serba (tanto per far vedere che un background politico c’è, mica si parla solo dei problemi esistenziali di tre giovinastri), dall’incapacità di direzione degli attori (che nonostante l’impegno possono fare poco per risollevare un film sbagliato). Una catastrofe insulsa, da dimenticare quanto prima. Speriamo che il regista Vittorio Rifranti, già allievo di Olmi (sic!), faccia lo stesso.
Desolazione urbana, per concludere, quella narrata nel delicato Le voyage du ballon rouge, con cui il taiwanese Hou-Hsiao-Sien omaggia un vecchio cortometraggio di Albert Lamorisse, aggiudicandosi davanti allo sterminato popolo della Piazza Grande il Pardo d’Onore alla carriera. Il viaggio di un palloncino sopra i tetti di Parigi è il pretesto per mostrare le difficoltà della vita familiare in una grande città, ma anche per raccontare una favola urbana cui presta il suo volto radioso la splendida Juliette Binoche. Rarefatto ed ellittico come altre opere del regista, il film si fa apprezzare per la silenziosa compartecipazione al dolore delle vite dei protagonisti.

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