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Uomini senza legge

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LOCARNO 2007: IL GIORNO DELLA VIOLENZA

Posted by Davide Verazzani | Posted in Locarno 2007 | Posted on 05-08-2007

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logo festival locarno1 LOCARNO 2007: IL GIORNO DELLA VIOLENZASunday, bloody Sunday, cantavano gli U2 ormai quasi 25 anni fa.
Non che Locarno sia invasa da fiumi di sangue, né che i placidi turisti siano di colpo impazziti e si siano trasformati in serial killer ambulanti in cerca di vittime. Per mia fortuna, nulla di tutto questo.
Solo che, per una particolare coincidenza del destino, i film presentati al Festival quest´oggi hanno tutti in comune una certa dose di violenza, coniugata naturalmente ognuno a suo modo.
Si parte, come al solito, dai due film in concorso.

Il tedesco Fruher oder spater si insinua nelle pieghe di una famiglia borghese per mostrarne incubi e contraddizioni, visti attraverso gli occhi di una ragazzina quattordicenne i cui sogni di adolescente vanno in frantumi assieme al matrimonio dei genitori, e che non riesce a trovare altra soluzione se non un finale tragico. Nonostante le buone intenzioni della regista Ulrike von Ribbeck che, all´esordio nel lungometraggio, narra una vicenda dai toni fortemente autobiografici, la pellicola non decolla forse a causa della difficoltà  di distanza della regista dalla narrazione, ed anche per colpa di uno script non sempre all´altezza della situazione. Il cinema tedesco dunque, negli anni scorsi trionfatore a Locarno, mostra una battuta d´arresto che ci aspettiamo sia solo momentanea (salvo poi essere smentito in fase di premiazione: non sarebbe la prima volta, ma in questo caso non se ne capirebbero davvero i motivi).
E´ violenza pura, invece, quella narrata da Fuori dalle corde, opera prima del ticinese Fulvio Bernasconi, ufficialmente film svizzero ma con forti radici nel nostro paese, a partire dalla coproduzione di Rai Cinema, per proseguire nella location principale, Trieste, e nella scelta dei due protagonisti, Michele Venitucci e Maya Sansa. E´ la storia della discesa all´inferno di un pugile dilettante, Mike Lo Russo, spinto verso la boxe dall´ambizione della sorella (che per lui ha contratto debiti con strozzini e vive una vita isolata alzandosi all´alba per lavorare in una pescheria) piu´ che da un vero spirito sportivo, e che si ritrova, dopo l´ennesimo fallimento, in un giro sporco di incontri clandestini dove chi perde ci puo´ lasciare la pelle. Narrato visivamente in modo non del tutto convenzionale, con un forte uso di camera a mano, luoghi oscuri, inquadrature sghembe e fotografia sgranata, il film si avvale di una discreta interpretazione dei due protagonisti (a quando un ruolo che riesca a far scaturire l´immenso talento che ha in sé la Sansa, una delle nostri migliori attrici scandalosamente sottosfruttata dal nostro cinema?) ma è debolissimo nella costruzione del plot, a partire da un inizio in flash-forward che ha solo pretese autoriali ma nessun aggancio con la vicenda, per continuare con una sceneggiatura spesso inadeguata, con espressioni troppo letterarie e uno sviluppo dei personaggi monco e senza costrutto. La fine aperta e improvvisa non basta a rimettere in carreggiata un film che sbanda paurosamente, aprendo temi che meriterebbero maggior attenzione (come quello della distinzione fra un modo “etico” di concepire lo sport e la ricerca della vittoria a tutti i costi) senza approfondirli a sufficienza.
E´ violenza del tutto metaforica quella del documentario Io non sono un moderato, proiettato ieri nel tardo pomeriggio e replicato oggi, che narra lo sconvolgimento portato nella politica milanese dalla candidatura del drammaturgo Dario Fo alle primarie del centro-sinistra per definire il candidato alla poltrona di sindaco per le elezioni del 2006. Violento è stato il modo con cui i partiti della sinistra tradizionale hanno contrapposto alle proposte di Fo un ostracismo generalizzato. Violento il modo con cui lo stesso Fo ha sparigliato le carte, gettando semi di intelligenza in una politica fatta di bassi compromessi e di moderazione (da qui il titolo, slogan eccellente di una campagna che passerà  ala storia, comunque sia andata). Ben poco violento, purtroppo, il modo con cui il regista Andrea Nobile ha trattato la vicenda, preferendo nascondersi dietro un labile andirivieni temporale inframmezzato da interviste ai protagonisti e momenti di riflessione programmatica: forse, ci sarebbe stato bisogno di un coraggio maggiore, di un montaggio piu´ serrato, meno enfasi retorica nell´agiografia del personaggio (di per sé ovvia, dato che si tratta di un omaggio purchessia) e piu´ azione, anche mostrando gli evidenti limiti di una sfida coraggiosa, si´, ma anche giocata molto sui toni di un´antipolitica a volte fine a se stessa.
E´ violenza demenziale infine quella di Planet terror, altra metà  del cielo del tarantiniano Grindhouse, di cui Robert Rodriguez, sodale del regista statunitense, riprende tematiche e cast, ampliandolo al genere horror con la consueta follia e allegria. C´è poco da dire: o lo si ama o lo si odia, e la critica in questo caso si deve per forza fare da parte. A parte lo strampalato mondo di riferimento di un film simile (i b-movies anni ´60, l´horror fatto in casa, l´iconografia pop, e chi piu´ ne ha piu´ ne metta), sono assicurate quasi due ore di divertimento del tutto sopra le righe. Personalmente, non lo consiglierei, ma per chi si è appassionato a Desperado e Once upon a time in Mexico è certamente imperdibile. Anche se Dal tramonto all´alba era un´altra cosa…

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