LOCARNO 2007: IL GIORNO DELL’ATTESA
Posted by Davide Verazzani | Posted in Locarno 2007 | Posted on 04-08-2007
Tag:agosto-al-cinema, Alina-Marazzi, anni-70, Bourne-identity, Bourne-ultimatum, comunismo, Dario-Fo, Festival-di-Locarno, lago-maggiore, liberazione-sessuale, Locarno, Locarno-2007, Marazzi, Matt-Damon, Svizzera
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Il sabato del villaggio offre il consueto via-vai di ospiti e presentazioni importanti tipico dei weekend festivalieri.
L´organizzazione del festival attende l´unico fine settimana completo come una manna dal cielo, per riempire le 8000 sedie della Piazza Grande di non addetti ai lavori (cioè, quelli che il cinema lo fanno sopravvivere davvero, al di là di ogni retorica), gli alberghi del circondario di turisti attratti, per una volta, da altro oltre che dalle bellezze paesaggistiche, e le conferenze stampa di giornalisti assetati di notizie e anticipazioni.
E l´attesa sembra essere il tema dominante anche della giornata di proiezioni. A cominciare dall´unico vero blockbuster d´oltreoceano che approda in riva al lago, quel The Bourne ultimatum che dovrebbe porre fine (il condizionale è d´obbligo, nei sequel hollywoodiani) alla ricerca da parte del sedicente Jason Bourne della propria reale identità e dei motivi per cui si trova sempre in pasticci colossali.
Come spesso accade, l´attesa (durata per il pubblico circa 5 anni, a partire dal primo episodio The Bourne identity) partorisce un topolino; lungi da me la vigliaccata di svelarvi il trucco, ma vi assicuro che il gioco non vale la candela. In un pastrocchio senza capo né coda l´intrepido Matt Damon fugge di continuo sui tetti e per le strade di Madrid, Torino, Parigi, Tangeri e New York per approdare là dove tutto ebbe inizio, nell´ambito di un´operazione antiterrorismo che universalizza le paranoie statunitensi del post-11 settembre. Dopo allucinanti corpo a corpo, inverosimili intrusioni in uffici riservatissimi, assurde sparatorie i nodi vengono al pettine, e purtroppo anche i (pochi) capelli del vostro recensore si rizzano sulla testa di fronte all´insussitenza di un tale pretesto narrativo. Ottimo ritmo, per carità , ma allora è molto meglio una partita di basket: dura meno e vanno anche piu´ veloci.
L´attesa per un ricongiungimento con la madre e l´attesa per un destino meno infame sono i temi che accomunano invece le due opere presentate in Concorso.
Il primo, lo spagnolo Ladrones di Jaime Marques (esordio nel lungometraggio da parte di un apprezzato sceneggiatore e regista indipendente madrileno), è la storia di un bambino figlio di una borseggiatrice che cresce nel ricordo della madre strappatagli letteralmente di mano da un poliziotto che la arresta nel metro´, e che conosce una giovane studentessa con cui instaura un rapporto fatto di sguardi, d´amore e di borseggi furtivi. Il film ha il suo fiore all´occhiello nell´intensa prova dei due attori (Juan Josè Ballista e la lolita Maria Valverde, famosa in Italia per avere interpretato il ruolo di Melissa P. nel recente adattamento del bestseller letterario della scrittrice catanese) e in una sceneggiatura attenta al realismo dei dialoghi che crea una commovente storia d´amore, ma si perde in barocchismi di ripresa che alla lunga gli tolgono fascino.
Il secondo, il canadese Contre toute esperance di Bernard Emond è, nonostante il titolo, un´apologia della speranza che vede una donna, fiaccata dalla malattia regressiva improvvisamente occorsa al marito e dal licenziamento per esubero aziendale, non perdersi d´animo almeno fino a quando tutto sembra volgerle contro; e anche in quel momento, una speranza rimane: è Dio (o, nelle parole del regista, “qualsiasi cosa voi crediate che possa essere Dio“). Dopo aver presentato a Locarno nel 2005 La Neuvaine, il cui protagonista Patrick Drolet vinse il Pardo come miglior attore, Emond torna in Svizzera con questa che è la seconda opera di una trilogia ispirata alle virtu´ teologali (Fede, Speranza e Carità ), confezionando un film difficile, a tratti disturbante, ma emozionante nella sua commossa sincerità . E l´ultima inquadratura, in cui la donna, guardandoci dritti negli occhi, invoca la “sua” divinità , è da brividi.
L´attesa per una liberazione reale dagli orpelli di una società maschilista è quella che permea invece l´italiano Vogliamo anche le rose, con cui la geniale Alina Marazzi aggiorna le sue capacità di documentarista cimentandosi in un lungo formato (81 minuti!) per narrare un decennio di lotte femministe. Attraverso l´uso di stupefacenti materiali d´archivio la Marazzi dà voce, grazie alla sensibilità di Anita Caprioli, Teresa Saponangelo e Valentina Carnelutti, ai diari di 3 donne scritti nel 1967, nel 1976 e nel 1979, che sono testimoni dei cambiamenti della società italiana nel corso di anni cruciali per la riappropriazione dell´identità sociale. Il risultato è un collage caleidoscopico, in cui si scontrano ricordi movimentistici con drammi privati, donne e uomini che ballano nudi al Parco Lambro con devastanti ritratti di famiglie in un interno, Pasolini e Comencini, maschilismo retrogrado e liberazione politico-sessuale furbetta, e chi piu´ ne ha piu´ ne metta. La Marazzi riesce a donare corpo narrativo ad una materia tanto incandescente sia grazie ad un´ironia di fondo presente negli inserti di animazione (anch´essi, spesso, tratti da teche d´archivio), sia grazie alla consapevolezza del messaggio che non è e non vuole essere un nostalgismo di fondo o peggio una rivendicazione politica, quanto piuttosto la rappresentazione non virtuale di quanto è cambiato in poco piu´ di dieci anni, e di quanto siamo rimasti fermi da allora (o meglio: di quanto stiamo tornando indietro!). Un film che avrà la fortuna di essere distribuito da Mikado, forse nel prossimo autunno, e che dovrebbero proiettare in ogni scuola d´Italia, perché di fronte alla mercificazione odierna del corpo forse bisognerebbe fermarsi un attimo e vedere da dove tutto è cominciato.
La Piazza Grande (cui la Marazzi, dopo i trionfi dei precedenti Un´ora sola ti vorrei e Per sempre, approda per la prima volta) stasera risuonerà dei canti politici di una generazione che ha creduto nell´impossibile, e che almeno in parte ha perso. Chissà cosa ne potrebbe pensare Dario Fo, fautore delle lotte di liberazione degli anni ´70, presente oggi con Io non sono un moderato nella sezione Ici et Ailleurs: ma di questo, ne parleremo domani.


