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Recensione: Follia

Posted by Marco Cavalleri | Posted in Cinema | Posted on 01-07-2007

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follia Recensione: FolliaInghilterra, anni ´50. Stella è la moglie di Max, appena nominato vicedirettore del manicomio di Broadmoor e già  roso dall´ambizione di diventarne il capo assoluto a dispetto della concorrenza dell´algido Peter Cleave. Normale che , in un contesto del genere, Stella si annoi e viva il proprio matrimonio come un fallimento. Meno normale che si innamori di Edgar, paziente preferito di Cleave ed ex scultore internato a seguito dell´uccisione della moglie in un raptus di gelosia. Il tutto dovrebbe rimanere confinato a un amorazzo da consumare nella serra del manicomio in riparazione, ma quando Edgar riesce a fuggire Stella sarà  chiamata a fare delle scelte. Con conseguenze a dir poco tragiche…
Follia (Asylum, ricordando il titolo originale) di Patrick McGrath fu uno dei casi editoriali del 1998. Fenomeno esagerato, almeno a parere di chi scrive, che rimase sfavorevolmente impressionato dalla turgidezza del narrato, tutto lacrime lamenti e tragedie. Ovvio che, con presupposti simili, ci si accostasse al film che ne è stato tratto con qualche sospetto. Specialmente considerando che, datando la pellicola 2005, non doveva essere stata proprio un successo per essere catapultata quasi a sorpresa in un´estate milanese di due anni dopo. Pure, il film è piuttosto bello, e superiore (parere naturalmente personale) al testo di partenza. Il regista McKenzie, già  autore del discreto Young Adam, ha il merito di “depotenziare” l´intreccio delle sue punte parossistiche, fornendo un quadro plausibile dell´Inghilterra fine anni ´50 con le sue ossessioni per decoro e rispettabilità  non molto diverse – ma più vili – dall´ossessione amorosa che coglie i due protagonisti. E, soprattutto, ha l´umiltà  di non sovrapporsi ai suoi attori, con una regia “di servizio” ma tutt´altro che anonima tesa ad esaltare – riuscendoci – un cast straordinario, dove primeggiano un ambiguo e determinatissimo McKellen e una indimenticabile Miranda Richardson, sospesa tra madame Bovary e psicopatia accertata. Certo, c´è qualche impuntatura di sceneggiatura (cui peraltro ha collaborato lo stesso autore: quindi possibile pensare che si tratti di sua responsabilità ), come nella scena in cui Stella si mette a imbiancare col cappotto, e qualche personaggio relativamente inutile. Ma c´è tensione, qualche bella sequenza (le due feste di ballo, il suicidio di Stella) e un discorso sugli effetti devastanti della passione cui la freddezza calcolata della mise en scene aggiunge anziché sottrarre valore. Impedibile? No, decisamente: ma per quel che c´è in giro può valere la visita.

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