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Recensione: U.S.A. contro John Lennon

Posted by Tullio Di Francesco | Posted in Cinema | Posted on 16-06-2007

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the us versus john lennon Recensione: U.S.A. contro John LennonImmagina un mondo senza frontiere e senza religione, nulla per cui uccidere o per cui morire. Un mondo in cui dare una chance alla pace, e dove the war is over, la guerra è finita, se solo lo vuoi: it´s easy if you try! E poi immagina un uomo che usa queste semplici parole, le mette in musica (note immortali, a dire il vero) e i governi di tutto il mondo iniziano a tremare, incredibile ma vero, soprattutto la superpotenza per eccellenza, gli Stati Uniti d´America, in un momento in cui stava combattendo la sua guerra più sporca. Può un governo dichiarare guerra a un singolo individuo? Sì, se il suo nome è John Lennon…

Di solito la vulgata popolare, quando si parla dello scioglimento dei Fab Four, suona più o meno così: “quella strega di Yoko Ono che ha irretito John Lennon, l´ha fatto uscire di testa e ha sfasciato i Beatles”, il gruppo musicale che a metà  degli anni Sessanta era più popolare di Gesù Cristo (parole dello stesso Lennon). Ci pensa ora il documentario di David Leaf e John Scheinfeld a fare piazza pulita di questa grossolana interpretazione e gettare nuova luce (almeno per chi conosce sì le canzoni dei Beatles, ma non è un loro esegeta) sul fecondissimo momento artistico-sentimentale vissuto da John Lennon e Yoko Ono all´indomani del loro percorso da solisti, e prima che la personalità  più spiccatamente politica dei quattro di Liverpool venisse stroncata dai colpi d´arma da fuoco sparati da un esagitato fan con qualche rotella fuori posto.
U.S.A. contro John Lennon si concentra sugli anni americani della coppia quando, abbandonato il taglio a caschetto e portata a maturazione, con l´incontro di Yoko Ono (all´epoca una delle prime performer a fare della body art uno strumento di critica al sistema), la sua vena polemica-anticonvenzionale-politica, John si avvicina ai movimenti della sinistra radicale statunitense e inizia a flirtare con quei leader che nello stesso tempo avevano grosse grane con le autorità , vuoi per i loro proclami politici o più semplicemente per detenzione di sostanze stupefacenti. Chiaro che un simile legame non poteva non infastidire l´establishment politico, soprattutto perché Lennon era fastidiosamente consapevole del suo carisma mediatico e si poneva come l´ago della bilancia nel braccio di ferro tra contestazione della controcultura e istanze reazionarie della politica americana di quegli anni. I nomi e il cilma politico sono ormai noti: Lyndon B. Johnson, Richard Nixon, Edgar J. Hoover, tutta gente impadronitasi degli organi governativi di uno stato democratico per farne gli strumenti del loro potere personale. Questi i nomi dei “nemici” che John Lennon si fece, e che poi dovette combattere sul piano legale quando finì vittima delle loro macchinazioni.

Avvalendosi anche di un buon montaggio digitale, il documentario di Leaf e Scheinfeld si inscrive perfettamente nel revival engagé inaugurato dal Bowling for Columbine (e poi ribadito dal Fahrenheit 9/11) di Michael Moore. Sorvolando su certe forzature (lo scandalo Watergate sembra scoppiare a causa delle intercettazioni telefoniche a cui è stato sottoposto Lennon), dalla sua il filmato ha almeno due punti di forza. Uno, ridà  una cornice storica e politica a quelle canzoni (Imagine, Happy Christmas, Give Peace a Chance, Revolution) che ormai, per troppa familiarità , abbiamo completamente decontestualizzato e ridotto a scontato rumore di fondo o, più semplicemente, a motivetti buoni per dei jingle (ma capire cosa queste hanno significato per quegli anni, credetemi, fa venire la pelle d´oca). Due, sottolineare la consapevolezza, all´epoca scambiata per atteggiamento naif, di un artista pacifista completamente lontano dalla piaggeria di certi ambienti intellettuali, cosciente che il suo lavoro può cambiare le sorti del mondo. Cosa che fa rimpiangere la mancanza di artisti con la stessa caratura oggi che gli U.S.A. si trovano impelagati in un´altra “sporca guerra” e, come sottolinea Gore Vidal, la politica della morte è tornata ad albergare nella Casa Bianca.

Il documentario fila che è un piacere per le sue due ore scarse. Peccato che in sala si vedano prevalentemente teste incanutite. Che John Lennon faccia già  parte della cultura dei nonni?

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