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La banda di Ocean è tornata. E stavolta, nello scenario originale: la Las Vegas dei casinò e dei grandi alberghi. E´ qui, infatti, che il malvagio Willy Bank ha costruito un incredibile hotel di lusso con annessa gigantesca sala da gioco, truffando Reuben Tishkoff, membro effettivo degli “undici di Ocean”, e causandogli un infarto che quasi lo ha messo del tutto fuori gioco. I dieci rimasti si ritrovano per vendicare l´amico, nel modo a loro più congeniale: con un´abile truffa, fanno sì che il casinò di Bank venga “sbancato” da centinaia di giocatori la sera dell´inaugurazione.
Come se non bastasse, puntano dritto all´ego smisurato di Bank, facendo in modo che il suo nuovo hotel non riceva i classici “cinque diamanti” nella classifica degli alberghi di lusso. Infine, dopo un imprevisto che ha bloccato il piano, rubano i diamanti nascosti nell´attico in una sala inespugnabile per donarli al vecchio nemico Terry Benedict, che li aiuta a superare i problemi con un lauto finanziamento. Tutto è bene quel che finisce bene, naturalmente, con un piccolo colpo di scena finale all´insegna della beneficenza…
Il problema di un film del genere non è la trama, né la sceneggiatura, né la regia e men che meno la recitazione. E´ che ormai è come un serial televisivo: sai già come va a finire, sai già che i colpi di scena saranno continui e ognuno potenzialmente distruttivo, sai già che i tuoi eroi si comporteranno come tu vuoi che accada, e l´unico interesse è che i “tuoi” personaggi ne escano alla grande, possibilmente con grandi citazioni o frasi celebri da poter snocciolare poi negli incontri con amici. In questo senso, “Ocean´s thirteen” potrebbe perfino essere un capolavoro. Ma stiamo ragionando su una pellicola destinata al grande schermo, la terza di una serie che potrebbe non avere mai fine (e alcune parole finali di Mr. Bank alias Al Pacino presupporrebbero una quarta puntata), e Soderbergh stesso ha una regia che più lontana da quella televisiva non potrebbe essere. Siccome quindi il fine dichiarato è quello di far trascorrere un paio d´ore in assoluta allegria, ci dobbiamo chiedere se l´obiettivo viene raggiunto. E la risposta è, in questo caso come nel secondo episodio, solo in parte. Se infatti il ritorno nei luoghi magici del gioco d´azzardo reca vantaggio all´economia del soggetto, così come l´assenza di ingombranti figure femminili quali la Roberts (essenziale nel primo episodio, irritante nel secondo) e la Zeta-Jones fa spiccare vieppiù l´unione del gruppo di truffatori, vi è da dire che i continui colpi di scena, a volte non richiesti, e le ridondanze nel piano d´azione (vedi lo sciopero nella fabbrica messicana, piuttosto che l´incapacità di Livingston di manipolare le macchinette del blackjack), allungano il brodo senza aggiungere molto, e anzi togliendo attenzione allo spettatore. A poco giova poi la messa in ombra del personaggio di Rusty/Brad Pitt, stranamente poco partecipe alle parti del colpo, e una sorta di buonismo generale del tutto ingiustificato che trasforma la banda di Ocean da truffatori senza pistola a vendicatori della malefatte dei cattivi, sorta di sdoppiamento plurimo di Batman e Robin. Ci rendiamo conto che un simile film è, per gli stessi attori prima ancora che per noi, un divertissement di classe e quasi una sorta di vacanza fra i vari impegni ben più ponderosi (sebbene per Al Pacino, come sempre calato nel “Metodo”, si tratti di una recitazione coi fiocchi), ma la sensazione a volte, anche per la notevole prova di sospensione dell´incredulità richiesta allo spettatore da alcune situazioni, è quella di assistere alla trasposizione di un fumetto; il quale può essere divertente su carta, ma non del tutto adeguato su un grande schermo.
Solo per fans (possibilmente di sesso femminile).
Davide Verazzani


