30. Maggio 2007

Recensione: Zodiac

zodiac.jpgNell’agosto del 1969, un misterioso assassino inviò una lettera al San Francisco Chronicle rivendicando due omicidi, uno accaduto pochi giorni prima nel parcheggio di un campo da golf e l’altro risalente al dicembre dell’anno precedente. Insieme alla lettera vi era un foglio contenente un messaggio crittografato che, se decifrato, avrebbe svelato l’identit� del mittente. Il quale, per il momento, si firmò semplicemente Zodiac.
Comiciò così una lunghissima caccia all’uomo che si protrasse, fra omicidi, rivendicazioni, lettere minatorie, ricatti, indagini, almeno fino al 1978 (anno dell’ultima lettera di Zodiac, forse falsa), ma che ad oggi, nonostante l’identit� di Zodiac sia quasi certa (anche se il presunto killer è morto nel 2002 per cause naturali e non è mai stato formalmente incriminato per i delitti commessi), non è ancora ufficialmente terminata, e che sconvolse sia gli abitanti della Bai di San Francisco, sia le vite di tre persone: l’ambizioso detective Dave Toschi, il brillante reporter di nera Paul Avary e il timido vignettista del Chronicle Robert Graysmith.

Ed è proprio quest’ultimo, caduto in disgrazia il primo e morto per tossicodipendenza il secondo, a portare il caso a un’apparente conclusione, mettendo così a repentaglio la propria esistenza…

Certo, continuare a dirigere film dopo un esordio folgorante come “Seven��?, che dieci anni fa sconvolse il mondo e rivoluzionò il modo di concepire al cinema la figura del serial killer, non è facile. E avere idee interessanti e sguardi nuovi da proporre a ogni piè sospinto diventa impresa improba. E anche se si diradano le uscite c’è una tale attesa che le circonda da far tremare i polsi anche ai migliori. Solo così si spiega la carriera di Fincher, partita col botto e poi, nonostante i crescenti successi di botteghino, ripiegata via via verso un’onesta artigianeria (testimoniata dall’ultimo titolo da lui prodotto, “Panic room��?).

“Zodiac��? poteva essere davvero l’inizio della fine, e se non lo è (non del tutto, almeno) è grazie a una brillante intuizione dello stesso Fincher: nonostante quanto sbandierato dagli stolti distributori attraverso trailer mozzafiato e voci tonanti, questo NON è un film su un serial killer, ma sul modo in cui la frenesia della conoscenza porta le persone a distruggersi e a distruggere l’ambiente che le circonda. Il protagonista non è affatto Zodiac, infatti, un uomo la cui identit� è incerta fino alla fine, di cui non è certa neppure l’esistenza; chi ha il ruolo centrale nel film è la brama di possesso, quel sentimento altamente umano che da un lato ci spinge a superare i nostri limiti e le nostre paure, dall’altro rischia, se non ben incanalato, di toglierci la nostra identit� . Come accade al Michael Douglas di “The game��? o all’Edward Norton di “Fight club��?, presi in spirali incontrollabili, anche i protagonisti di questa pellicola vengono risucchiati dalle loro stesse ambizioni, come se fossero abilmente manipolati da un’entit� esterna che si manifesta solo con assurdi cifrari e un nome che è gi� tutto un programma.

Purtroppo, a questo impianto che sposta il focus dal killer all’indagine, dai delitti ai moventi, non fa da contraltare un’adeguata struttura filmica: una durata eccessiva (più di 2 ore e mezza!) che prolunga oltremodo i tempi morti e inserisce figure senza significato o nerbo (il sostituto di Avary al Chronicle, la moglie di Graysmith), la difficolt� a seguire i passi delle indagini, così tortuosi e circonvoluti da diventare noiosi, l’indeterminatezza dello stesso personaggio di Graysmith che, in ombra nella prima parte, giganteggia nella seconda senza un adeguato sviluppo drammatico, la svagatezza nella recitazione di due personaggi-chiave come Toschi e Avary, cui Mark Ruffalo e Robert Downey jr. non danno il necessario spessore (mentre invece si dimostra sempre più maturo l’ottimo Jake Glyllenhaal, che dona all’impacciato Graysmith il giusto condensato di candore e perseveranza), complottano a far sì che l’esperimento sia non del tutto riuscito.

Nonostante qualche scena degna del miglior Fincher (l’omicidio iniziale, o, nel sottofinale, il percorso nella cantina dell’amico del presunto assassino), si può solo essere felici che un grande talento sia stato capace di farci vedere quanto ancora ha voglia di fare cinema. Per ora, niente di più. Ma visto gli ultimi esiti, non è poco.

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